La promessa di tutela della Costituzione Italiana
Nella veste di Presidente di un’Associazione, fondata 10 anni fa, focalizzata sullo sviluppo dell’economia circolare, desidero proporre un percorso che esplori le diverse dinamiche della Governance, attribuendole un ambito di Giustizia non solo come valore morale, ma come principio ordinatore per le diverse categorie della Sostenibilità, che vada oltre i Governi del momento e che sostituisca nel medio periodo le derive populiste e tecno-teologiche di gran moda in questo tempo. Qui si vuole analizzare la giustizia intragenerazionale, ispirata dalla nuova versione dell’art 9 della nostra Costituzione.
L’obiettivo più ampio è superare la frammentazione attuale delle iniziative ESG, utilizzando la giustizia come un framework unificante. In questo modo, le azioni ambientali, sociali e di governance non sono più viste come elementi separati, ma come parti interconnesse di un unico disegno volto a creare un equilibrio equo e duraturo per tutti gli individui. E questo concetto di Giustizia si ritrova intatto nella Costituzione, in particolare nell’art 9, già ispirato dall’art 1 de La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 (precedente alla prima costituzione francese del 1791) che ne fa un “diritto naturale”.
La nuova formulazione dell’articolo 9 della Costituzione Italiana è:
“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni.”
La Costituzione, nella sua formulazione rinnovata, offre numerosi spunti di interesse e, certo, una complessità non del tutto evidente, ad una prima lettura. Sono qui evidenti due profili specifici di tutela che la Repubblica si incarica di rispettare e porre in atto. Da un lato, si distingue esplicitamente quello che si potrebbe chiamare un profilo oggettivo diretto: paesaggio, patrimonio, ambiente, biodiversità, ecosistemi e la tutela è per tutti, indistintamente.
C’è un ulteriore destinatario della tutela da parte dello Stato: le future generazioni e il loro specifico interesse. Se ci si volesse addentrare minimamente all’interno di tale concetto, si potrebbe scoprire che interesse significa in prima battuta “ciò che è utile”. Tuttavia, accanto a tale significato, ve ne sono altri. Interesse sottintende una molteplicità e pluralità: nei suoi significati di «stare in mezzo», «trascorrere», «differire» o «partecipare», interesse implica una pluralità di soggetti e oggetti direttamente coinvolti e non avrebbe senso compiuto senza tale allusione e implicazione. Ogni volta che si afferma «interesse», si sancisce la compresenza di «interessi», che insistono e sono operanti nello stesso tempo e nello stesso spazio.
Generazioni future
L’interesse delle future generazioni potrebbe aggiungersi all’elenco di quelle promesse che, nelle loro rispettive storie, gli ordinamenti democratici occidentali hanno paradigmaticamente elaborato, lungo percorsi complessi e certo non privi di successi, giuridici, politici e sociali, ma che, al fondo, hanno lasciato come non mantenute. E dove i più accaniti nemici delle democrazie hanno trovato e trovano pan per i propri denti.
Come provare ad evitare la mancanza di tutela per impossibilità?
Una prima indicazione è quella di evitare di sottostimare possibili e persistenti ostacoli tra loro profondamente correlati. Il primo ostacolo è quello giuridico, che non tratterò in questa sede.
Il secondo è quello più esplicitamente teorico-politico. In prima approssimazione, potremmo tuttavia identificare il principale ostacolo da questo punto di vista in quello che è noto come short-termism spesso caratterizzante l’agire politico contemporaneo. Lo schema teorico che sta alla base di tale atteggiamento di “corto termine” può essere preliminarmente identificato dalla considerazione che in democrazia chi “fa politica” e, più specificamente, governa, lo fa in base a e a seguito del risultato di libere elezioni. Gli elettori scelgono in base a programmi e, comprensibilmente, attendono risposte ai bisogni che hanno orientato la loro scelta a favore di un candidato o di una proposta di programma politico nel breve, a volte nel brevissimo termine. Tali bisogni devono dunque essere posti dal governante al centro della propria agenda, con la consapevolezza della diffusa e forte volatilità del consenso da parte dei cittadini e della significativa difficoltà di ignorarli a favore di altri bisogni, ovvero, ad esempio, di proporre restrizioni di spesa o di utilizzo di beni e risorse, volendo promuovere un pur generico interesse delle future generazioni. A ciò si aggiunga che, nella migliore tradizione democratica, si è soliti dire che “i governanti rispondono ai propri elettori”. Le future generazioni, inequivocabilmente, non votano. Esse possono quindi avere bisogni, ma dal punto di vista del governante potrebbero, pragmaticamente, non essere inserite in un’ideale lista di soggetti in attesa delle loro risposte. Per tutta questa serie di considerazioni, l’ostacolo di profilo politico appare nella sua plastica evidenza e forza.
Il terzo ambito di ostacoli che devono essere posti al centro di tale considerazione riguarda, infine, il profilo etico. Si intende con esso riferirsi alle domande poste poco sopra e alla difficoltà che si registra, dal punto di vista del singolo soggetto agente, a farsi carico dell’interesse per il futuro. In altre parole, un individual short-termism, ovvero un tentativo di soddisfazione individuale e a breve termine temporale.
Mi fermo a questa terzo ostacolo perché considerato uno dei più persistenti nei confronti degli individui futuri; un ostacolo che strutturalmente si presenta attraverso la più rilevante tra le domande sopra espresse (perché tutelare gli individui futuri?) e si rafforza con l’assenza di risposte e di progetti a tutela di questi destinatari. Possiamo dare un nome a tale ostacolo, indicandolo come indifferenza.
L’Indifferenza
L’indifferenza è un atteggiamento individuale, di gruppo o collettivo certamente efficace. È “efficace” in quanto “funziona”, ovvero ottiene con grande facilità e regolarità il suo risultato, ma è anche “efficiente”, nel senso di essere economicamente vantaggioso, non necessitando di particolare investimento di risorse e di attività trasformative dell’esistente. Tale atteggiamento può essere preliminarmente inquadrato come una sorta di egoismo, ovvero di focalizzazione preliminare e costitutiva dell’individuo su se stesso. Naturalmente, dire ciò non significa qualificare quell’atteggiamento in senso immediatamente negativo. È una caratteristica costitutiva e tipica di ciò che siamo abituati a identificare come un essere umano avere un’esperienza riflessiva di sé, dei propri pensieri, valori fondamentali e caratteristiche fisiche che lo caratterizzano. Tale focalizzazione non ha di per sé una connotazione morale. Tuttavia, quest’ultima emerge non appena si cominci a considerare la trama di relazioni intersoggettive che esso non può fare a meno di sviluppare, essendo costitutiva dell’identità personale di ogni agente umano.
Più precisamente, una persona indifferente è un individuo che non si preoccupa della conoscenza e del giudizio degli altri, della presenza – e degli obiettivi – di coloro con cui condivide lo spazio e trascorre del tempo. Naturalmente, dobbiamo ammettere che tale atteggiamento o emozione può manifestarsi in forme più o meno occasionali e ricorrenti – tutti possiamo esser stati indifferenti, in qualche occasione specifica e per i più diversi motivi –, e che solo la persistente frequenza abilita la qualificazione di un individuo come egoista o stabilmente indifferente. E che solo la persistente presenza in più ambiti, come l’esercizio della politica, la gestione finanziaria dei governi, l’esercizio della formazione e dell’educazione, la comunicazione esterna, i media abilita la definizione di un Governo come indifferente alle generazioni future.
Il punto è che, purtroppo, l’indifferenza, nelle sue diverse forme, costituisce una delle più grandi sfide del nostro tempo. Evitando di considerare individui e gruppi futuri, corriamo il rischio di danneggiare le generazioni future in modi decisamente gravi e, soprattutto, non riparabili. Solo per citare un paio di ambiti cruciali: da una parte, la sostenibilità ambientale e il consumo delle risorse non rinnovabili del pianeta, che include il cambiamento climatico come una questione globale e imprescindibile; dall’altra, la sostenibilità a lungo termine dei sistemi di welfare, come quello pensionistico e sanitario, che mette a rischio di sopravvivenza e di vita amplissime parti della popolazione umana ad ogni latitudine del pianeta. Si preferisce investire (solo) sulla space economy e non affrontare queste sfide. Si preferisce invocare il “nemico” e nuove crociate al grido “Dieu le veult! Dieu le veult!” piuttosto che destinare energie fisiche e finanziarie in progetti che esprimano futuro realistico.
Per contrastare l’indifferenza non basta un moto di sdegno morale. Si rende piuttosto necessario andare al fondo della sua intrinseca motivazione e cioè la comprensione della propria vulnerabilità e il timore di non riuscire a gestirne gli effetti. Si tratta, in altri termini, di decidere cosa fare tra: «assumere il peso degli altri per sviluppare una società della pace oppure garantirsi utilizzando gli altri a nostro vantaggio. In ambedue i casi è all’opera una dinamica di salvezza: salvarsi con gli altri o salvarsi a spese degli altri. Sono due diverse risposte al sentirsi a rischio». A ben vedere, la Costituzione della Repubblica italiana si mostra del tutto consapevole di tale alternativa di fondo – e ben prima della riforma di recente intercorsa – e indica ad ogni cittadino una chiara direzione di risposta. Innanzitutto, la Costituzione aveva già mostrato una chiara consapevolezza di una precisa visione della persona umana, compresa tra la garanzia del libero e più esteso possibile sviluppo individuale e la tutela della vulnerabilità e della socialità intesi come valori di sfondo di costante riferimento. Sorge dunque naturale l’indicazione di risposta: ci si può e deve salvare, per come possibile all’umano, solo con gli altri.
I diritti sono inviolabili, i doveri risultano inderogabili. Sono inviolabili i diritti che riguardano il rispetto della persona umana, il diritto naturale. Non possono essere sospesi, tralasciati o trascurati i doveri che la tutelano nella sua (del pari fondamentale) dimensione interindividuale.
