Come per ogni edizione di Ecomondo, AISEC propone un tributo sul comparto industriale del tessile, ispirato dal dibattito del convegno “faro” ideato e coordinato dalla presidente Eleonora Rizzuto, membro del comitato scientifico di Ecomondo.

Quello del tessile è un settore particolarmente critico. A livello globale, infatti, la sua impronta sull’ambiente risulta significativa. Rappresenta il quarto settore produttivo per quanto riguarda gli impatti sugli equilibri ambientali oltre che sui cambiamenti climatici e il terzo per il consumo di acqua. Sulla base di stime dell’Onu, è causa del 10% delle emissioni annue totali di carbonio nel mondo: di più di quanto generano tutto il trasporto aereo e marittimo messi insieme. Inoltre, consuma quasi cento miliardi di metri cubi di acqua all’anno (che sono pari al fabbisogno di 5 milioni di persone) ed è la causa del trasferimento nel mare di mezzo milione di tonnellate di microfibra sintetica. D’altra parte, come evidenzia l’Agenzia europea dell’ambiente (EEA) nel suo focus del marzo 2025, dagli anni Settanta a oggi nel mondo la produzione globale di tessuti è quasi triplicata, a causa per lo più dell’impiego di fibre sintetiche, che attualmente rappresentano il 60-70% del totale dei tessuti venduti a livello mondiale, configurandosi come la principale fonte di impatto ambientale per l’intero settore. Nella UE il comparto del tessile e dell’abbigliamento conta circa 200 mila imprese, con quasi 1,3 milioni di addetti, e realizza un fatturato di circa 170 miliardi di euro. Tuttavia, a causa del forte incremento delle vendite on line, che dal 2009 a 2022 nel vecchio continente sono raddoppiate in termini di fatturato, anche l’Europa ha dovuto fare i conti con gli effetti del fast fashion e dell’ultra fast fashion: caratterizzato da prodotti di qualità scadente con prezzi molto contenuti, provenienti principalmente da Cina, Bangladesh e Turchia. Complice una politica dei resi particolarmente accomodante, pertanto, la stessa Europa è stata interessata dal fenomeno della distruzione dei prodotti tessili prima del loro uso. Pratica certamente non commendevole, che si stima riguardi tra il 4% e il 9% di tutte le produzioni immesse sul mercato europeo.

Verso prodotti tessili sostenibili e circolari: la strategia della UE
Per tutti i motivi suddetti, dunque, l’Unione Europea, nell’ambito del nuovo Piano d’azione sull’economia circolare, ha inserito l’industria del tessile tra quelle che maggiormente necessitano di una trasformazione degli assetti, nella direzione di un miglioramento della sostenibilità del suo funzionamento. In particolare, ad oggi, la sostenibilità e la circolarità del settore tessile sono promosse per lo più da tre atti: la Strategia per prodotti tessili, sostenibili e circolari del 2022; il Regolamento Ecodesign per prodotti sostenibili, entrato in vigore nel luglio 2024; la Direttiva 1892 del 2025, che ha modificato la Direttiva quadro sui rifiuti, cioè la 98 del 2008; e che ha introdotto, al fine di sviluppare le attività di riutilizzo e di riciclo, un sistema di Responsabilità estesa del produttore (EPR), oltre che per i capi di abbigliamento, anche per accessori, cappelli, calzature, coperte, tende e biancheria.

Il tessile il Italia: un periodo difficile
In tale contesto di carattere internazionale, nell’ultimo biennio in Italia il comparto del tessile (la cui filiera conta 60 mila aziende) ha fatto registrare una flessione non marginale del fatturato, che nel 2024 è calato del 6,1%. Una frenata essenzialmente attribuibile a due motivi: la diminuzione della domanda interna, associabile alla stagnazione della nostra economia e una contrazione dell’export verso Usa e Cina. Poi, nel corso del 2025, in un contesto congiunturale non particolarmente diverso da quello dell’anno precedente, il settore è stato scosso anche dalle accuse rivolte nei confronti di alcuni grandi marchi della moda. A cui si è contestato di aver agito, nell’ambito del ciclo produttivo, discostandosi dai parametri di sostenibilità dichiarati nei loro codici etici. Pertanto, di fronte a questo quadro, certamente movimentato, ha assunto ancor più significato il tradizionale appuntamento promosso da AISEC sulle prospettive del settore, che si è tenuto il 5 novembre scorso nell’ambito dell’ultima edizione di Ecomondo, la kermesse sulla green economy che si svolge ogni anno alla Fiera di Rimini.

Il punto di vista delle istituzioni e degli esperti
Come ha dichiarato Luca Gentile, della Direzione generale per la politica industriale del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, lo stesso ministero segue con attenzione la dinamica del settore e indirizza la sua azione di sostegno su tre direttrici. Da un lato quella rappresentata dalla sfida della transizione green. Per cui l’impegno è sempre rivolto a garantire che le azioni indirizzate a rendere sostenibili e circolari i processi produttivi non si discostino, parallelamente, dall’osservanza della sostenibilità economica di tali pratiche. Che dovranno continuare a perseguire e a conseguire un concreto valore aggiunto. Dall’altro lato, poi, c’è la direttrice del sostegno materiale al comparto. Il Piano moda è il fondamento strategico per garantire la competitività del settore e consta di un sostegno finanziario complessivo che prevede uno stanziamento pari a 250 milioni di euro. Include misure agevolative e strumenti di sostegno, tra i quali figurano, per esempio: i contratti di sviluppo; mini-contratti per investimenti produttivi; il fondo centrale di garanzia per l’accesso al credito delle PMI; fondi dedicati specificatamente alla transizione ecologica e digitale. Infine, c’è la direttrice che comprende la sfida della legalità e il contrasto alla contraffazione. Le pratiche sleali rappresentano una minaccia concreta alla concorrenza. I comportamenti scorretti di pochi, però, non possono riverberarsi sulla credibilità generale dell’intero comparto. In questo senso, quindi, assume un particolare significato la certificazione volontaria unica di conformità della filiera della moda, inserita nel ddl annuale per le PMI, in corso di approvazione in Parlamento. In un anno, il 2025, che ha visto “allentare” la presa delle istituzioni europee sull’urgenza di implementare i parametri di sostenibilità e di circolarità per l’intero settore. Infatti, ha ricordato Guido Bellitti, partner dello studio Chiomenti, nel 2025 le ambizioni del legislatore europeo sono state ridimensionate rispetto a quelle cavalcate dalla prima Commissione a guida von der Leyen. Nello spirito delle indicazioni contenute nel rapporto sulla competitività di Mario Draghi, si è intrapreso un percorso di semplificazione, necessaria a contenere gli oneri normativi. Nella direzione di una vera e propria deregulation. Ne è una riprova la proposta della cosiddetta direttiva sul rinvio dei termini (stop the clock), che rimanda le date di applicazione di taluni obblighi relativi alla rendicontazione societaria di sostenibilità e al dovere di diligenza delle imprese, ai fini della sostenibilità. In sostanza, l’atto proposto intende rinviare: di due anni l’entrata in vigore degli obblighi di cui alla direttiva relativa alla rendicontazione societaria di sostenibilità (CSRD) per le grandi imprese che non hanno ancora avviato la rendicontazione e per le PMI quotate; e di un anno, invece, il termine di recepimento e la prima fase dell’applicazione (riguardante le imprese più grandi) della direttiva relativa al dovere di diligenza delle imprese, ai fini della sostenibilità (CSDDD). D’altra parte, va anche segnalata la proposta di regolamento da parte della Commissione, contenente possibili deroghe all’entrata in vigore, dal 19 luglio 2026, del divieto di distruzione di particolari prodotti tessili e di abbigliamento invenduti, previsto dal vigente Regolamento Ecodesign. E d’altronde proprio l’ecodesign, come ha ricordato Eleonora Foschi di Enea, fa ancora molta fatica a essere recepito dalle aziende del made in Italy. Nonostante il relativo regolamento sia in vigore ormai dal luglio 2024, indicando nei prodotti sostenibili ciò che dovrà essere la norma per le aziende del settore. Invece, il materiale riciclato nei prodotti stenta ancora ad affermarsi, soprattutto in quelli di più alto valore intrinseco. Per i quali alcuni produttori ritengono ci sia un’incompatibilità rispetto allo stile e all’offerta di valore da loro proposta. Di qui la necessità di rafforzare a valle tutta la filiera, facendo in modo che le aziende impegnate nella catena del valore dei singoli prodotti collaborino molto di più tra di loro. D’altra parte, l’importanza della cooperazione tra le aziende, nell’ambito di una filiera riconosciuta, è stata sottolineata anche da Rinaldo Rinaldi, direttore scientifico di e-P Summit. Che ha rimarcato la rilevanza della trasparenza dei dati per aumentare la credibilità delle azioni compiute. Nel settore del tessile, secondo Rinaldi, si dovrà compiere un passaggio tale per cui a contare non sarà più tanto il valore dei materiali, quanto il valore della trasparenza del percorso adottato dai materiali impiegati. La trasparenza, però, dovrà essere radicale, per poter passare dalla sostenibilità dichiarata alla sostenibilità misurata. In tal senso, i dati con cui si costruisce la trasparenza del prodotto devono essere completi, veritieri e interoperabili tra i vari attori della filiera. Che, naturalmente, può rientrare nell’ambito dei singoli distretti. Da valorizzare, secondo Valerio Barberis, già assessore all’Economia circolare del comune di Prato, come asset strategico fondamentale. I cui limiti strutturali possono essere attenuati con lo sviluppo delle pratiche di simbiosi industriale. Ma anche attraverso una nuova configurazione che potranno assumere le città che tali distretti ospitano. Proprio l’esempio di Prato è quello più calzante. Per sottolineare l’evoluzione che tali città sono chiamate a compiere, verso la dimensione di vere e proprie smart cities.
Infine, la necessità di fare squadra da parte delle imprese del comparto è stata sottolineata anche da Raffaella Arista, dello studio Improda. Che ha rimarcato come la sostenibilità non possa essere perseguita senza un sistema di sinergie e di collaborazioni che le aziende appartenenti alle filiere del tessile sono chiamate necessariamente ad attivare. Il caso della catanese Orange Fiber ne è un esempio concreto. Il filato di cellulosa generato dagli scarti della spremitura delle arance non sarebbe stato ottenuto senza la sinergia tra più realtà organizzative. Che ha consentito di brevettare il processo e il tessuto, raggiungendo un prodotto di alta qualità, unico nel suo genere. Oltre che prezioso, in un tempo in cui gli enormi volumi produttivi rendono i cotoni e le lane sempre meno bastevoli per tutti.

Il punto di vista delle aziende
Evidentemente, la necessità di costituire reti sinergiche tra le imprese impegnate nella filiera del tessile – moda è stata condivisa anche da tutti i rappresentanti delle aziende intervenuti al convegno promosso da AISEC. Tale esigenza, poi, si è declinata in proposte concrete, per poter meglio strutturare il cambiamento a cui le stesse aziende sono chiamate ad aderire. In questo senso, Attila Kiss, ceo del gruppo Florence, ha individuato nella prevalente piccola dimensione imprenditoriale uno degli ostacoli principali per poter effettuare un riciclo sostenibile, sotto il profilo economico. Naturalmente i tessuti particolarmente competitivi con cui è stato “invaso” il settore anche in Italia tendono a spiazzare, sotto il profilo del prezzo, i materiali da riciclo. Di qui la necessità di aumentare le scale di produzione del riciclo, al fine di abbassare i costi unitari; e di usufruire di incentivi fiscali sui prodotti riciclati, per aumentarne l’appetibilità e quindi la competitività sul mercato. Che, comunque, tende ad apprezzare la tracciabilità del processo. Come ha sottolineato Massimo Martellazzi di Monteco. La tracciabilità delle operazioni va quindi intesa come driver per raggiungere un prodotto di maggiore durata, che possa contrastare, anche dal punto di vista valoriale, gli oggetti usa e getta dell’ultra fast fashion. La pervasività dei quali incide negativamente anche sulle attività di preparazione al riutilizzo. Quelle che servono a dare una nuova vita ai prodotti tessili. Consentendone una fruibilità da parte di persone che, anche in altre parti del mondo, non si potrebbero permettere abiti di nuova fattura. In questo senso, l’attività di rigenerazione degli abiti usati rappresenta il centro dell’azione di Humana, svolta in quarantasei Paesi nel mondo. E di cui Alfio Fontana ha sottolineato l’alto valore sociale. In questo caso la sostenibilità ambientale si coniuga proprio con quella sociale: in un mix vincente in termini di obiettivi che possono essere raggiunti. Anche in questo ambito, però, occorrerebbe da parte delle autorità governative una maggiore sensibilità. Che si concretizzi, per esempio, in un abbassamento dell’Iva sui capi di seconda mano. Affinché non debbano patire la concorrenza sul prezzo di quelli del fast fashion. In attesa che il cambio di paradigma, anche dal punto vi vista culturale, contribuisca a limitare la pervasività di questi ultimi, contenendone gli effetti nocivi.
Dunque, nell’orientare il settore del tessile – moda italiano, verso un futuro più sostenibile ed in grado di tenere il passo ad una concorrenza talvolta sleale, AISEC conferma il suo ruolo strategico di sostegno alle aziende e di supporto alle Istituzioni, affiancandole nell’individuazione delle soluzioni più efficaci che consentano loro di diventare le vere protagoniste di questo profondo processo di cambiamento, a cui tutti siamo chiamati a prendere parte.

A cura di Saverio Scarpellino, docente di Economia Politica Università Pontificia Salesiana e consigliere AISEC.