Articolo realizzato e pubblicato per la rivista ERRE.

L’economia circolare nell’era dei conflitti geopolitici: resilienza e responsabilità

L’economia circolare, un modello che mira a eliminare gli sprechi e a valorizzare le risorse attraverso il riutilizzo, il riciclo e la rigenerazione, assume oggi una rilevanza strategica in un mondo sempre più frammentato da gravi conflitti geopolitici. Se da un lato questi conflitti esacerbano le sfide esistenti, dall’altro mettono in luce la necessità impellente di accelerare la transizione verso un’economia più resiliente e responsabile. “Trasformare e bene”, sembra essere questo il mantra della nostra epoca che ci induce a riflessioni che includono beni e materie prime talvolta date per scontate. Tra questi, il pane è particolarmente evocativo.

Il contesto geopolitico e le materie prime: una questione di sicurezza

I conflitti geopolitici attuali hanno messo in evidenza la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento globali e la dipendenza da specifici Paesi per l’estrazione e la fornitura di materie prime cruciali. L’interruzione delle rotte commerciali, le sanzioni economiche e l’instabilità politica in regioni chiave hanno provocato impennate dei prezzi, scarsità e incertezza per le imprese e i consumatori.

In questo scenario, l’economia circolare si presenta come una soluzione strutturale per ridurre la dipendenza da risorse vergini e da fornitori esteri potenzialmente instabili. Promuovendo il recupero e il riutilizzo di materiali già in circolazione, si diminuisce la necessità di nuove estrazioni, alleggerendo la pressione sulle catene di approvvigionamento e rafforzando la sicurezza economica dei Paesi. Ad esempio, il riciclo di metalli rari o critici, essenziali per la tecnologia e la transizione energetica, non solo contribuisce alla sostenibilità ambientale, ma riduce anche la dipendenza da Paesi spesso caratterizzati da contesti politici complessi o da pratiche estrattive non etiche.

La regionalizzazione e la localizzazione delle catene del valore, favorite dall’economia circolare, possono inoltre mitigare i rischi legati ai lunghi transiti delle materie prime, spesso soggetti a interruzioni a causa di tensioni internazionali. Produrre e consumare a livello più locale, attraverso la creazione di ecosistemi industriali circolari, significa ridurre la complessità logistica e la vulnerabilità a shock esterni.

Implicazioni sociali: equità, occupazione e sviluppo sostenibile

Oltre agli aspetti legati alla sicurezza delle materie prime, l’economia circolare offre significative opportunità per affrontare le disuguaglianze sociali e promuovere uno sviluppo più equo, anche in un contesto di crisi.

In primo luogo, la transizione circolare può generare nuove opportunità di lavoro in settori quali il riuso, la riparazione, il riciclo e il design di prodotti sostenibili. Questi “green jobs” possono contribuire a contrastare la disoccupazione e a offrire nuove prospettive professionali, in particolare per categorie più vulnerabili o per regioni economicamente depresse. L’investimento in infrastrutture circolari, come impianti di riciclo avanzati o centri di riparazione, può stimolare lo sviluppo economico locale e creare valore distribuito.

In secondo luogo, l’economia circolare può migliorare l’accesso a beni e servizi per una fascia più ampia della popolazione. Modelli come il noleggio e la condivisione o la vendita di prodotti come “servizio” possono rendere accessibili beni durevoli a costi inferiori, riducendo la necessità di acquisti costosi e a breve termine. Questo è particolarmente rilevante in contesti di crescente inflazione e riduzione del potere d’acquisto, spesso aggravati dai conflitti.

Ma perché parlare di economia circolare per il Pane?

Il pane nell’economia circolare non è solo una metafora, ma una realtà con fondamenta scientifiche. La valorizzazione degli scarti di pane, in particolare quello raffermo, rappresenta un esempio calzante di economia circolare, riducendo lo spreco alimentare, un problema globale stimato intorno al 30-40% della produzione totale (FAO).

Scientificamente, il pane raffermo è una risorsa ricca di carboidrati complessi, fibre e, in misura minore, proteine. Questi componenti lo rendono un substrato ideale per diversi processi biotecnologici. Ad esempio, studi hanno dimostrato che il pane raffermo può essere efficacemente utilizzato come fonte di carbonio per la produzione microbica di biocarburanti come l’etanolo (es. “Bioresource Technology”, Vol. 102, Issue 1, 2011 e seguenti) o per la fermentazione di acido lattico.

Inoltre, il riutilizzo del pane nelle panetterie o in prodotti da forno alternativi contribuisce a diminuire la domanda di nuove materie prime, con un impatto positivo sull’uso delle risorse naturali e sulla riduzione delle emissioni di gas serra associate all’agricoltura e alla produzione alimentare. La reintroduzione di questo “sottoprodotto” nel ciclo produttivo non solo minimizza l’impronta ecologica, ma promuove anche una maggiore consapevolezza sulla sua importanza.

Sotto questa lente, vorrei citare il documento Lo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo (The State of Food Security and Nutrition in the World – SOFI 2025), che presenta gli ultimi dati sulla fame nel mondo e sulla sicurezza alimentare. Si tratta di un rapporto congiunto prodotto da cinque agenzie delle Nazioni Unite: l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD), il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF), il Programma Alimentare Mondiale (PAM) e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Questo rapporto fornisce stime globali, regionali e nazionali sul numero di persone che soffrono la fame, l’insicurezza alimentare e la malnutrizione.

Punti chiave dal recente rapporto:

  • Fame globale: il rapporto SOFI 2025 ha rilevato che l’8,2% della popolazione mondiale, circa 673 milioni di persone, ha sofferto la fame nel 2024, mostrando un calo rispetto agli anni precedenti. Tuttavia, la fame è aumentata in molte sottoregioni dell’Africa e dell’Asia occidentale. Il rapporto SOFI 2024 aveva indicato che circa 733 milioni di persone hanno sofferto la fame nel 2023, evidenziando un ritardo nel raggiungimento dell’obiettivo “Fame zero” entro il 2030.
  • Insicurezza alimentare: nel 2023, circa 2,33 miliardi di persone hanno affrontato un’insicurezza alimentare da moderata a grave, con circa 864 milioni che hanno sofferto di grave insicurezza alimentare.
  • Malnutrizione infantile: la prevalenza del ritardo della crescita nei bambini sotto i cinque anni è scesa dal 26,4% nel 2012 al 23,2% nel 2024. Il sovrappeso e il deperimento infantile sono rimasti pressoché invariati.
  • Fattori scatenanti: conflitti, variabilità ed eventi estremi climatici, rallentamenti economici, mancanza di accesso a diete sane, ambienti alimentari malsani e disuguaglianze persistono come cause principali dell’insicurezza alimentare e della malnutrizione.
  • Contesto regionale: l’Africa rimane la regione con la più alta percentuale di popolazione che soffre la fame (oltre il 20% nel 2024). L’Asia occidentale ha visto un aggravamento, mentre l’Asia meridionale e l’America Latina hanno registrato miglioramenti.

L’urgenza di rimodulare le politiche alimentari e agricole per affrontare la “triplice sfida” di garantire l’accesso a un’alimentazione sana, migliorare i mezzi di sussistenza degli agricoltori e promuovere la sostenibilità ambientale è sollecitata in modo globale.

In conclusione

Il pane, nella sua apparente semplicità, racchiude una forte valenza simbolica, economica, ambientale e sociale. È il risultato di una filiera che parte dalla terra e arriva alle nostre tavole, ma che oggi deve confrontarsi con una delle grandi contraddizioni del nostro tempo: lo spreco alimentare.

In un contesto segnato da conflitti geopolitici, crisi climatica e fragilità delle catene di approvvigionamento, il pane diventa un esempio concreto della necessità di ripensare i nostri modelli produttivi e di consumo. La sua valorizzazione in chiave circolare – dal recupero del pane raffermo alla trasformazione in nuovi prodotti o risorse – dimostra che anche un bene quotidiano può diventare strumento di innovazione e responsabilità.

Ripartire dal pane significa dunque ripartire da ciò che è essenziale: il nutrimento, il lavoro, la comunità e il rispetto per le risorse da cui dipende il nostro futuro.