Burocrazia: perché danneggia lo sviluppo dell’Economia Circolare

La lettera E) dell’art 15 del disegno di legge 6 settembre 2018 che recepiva le nuove direttive europee sull’economia circolare prevedeva di riformare e semplificare il quadro normativo dell’istituto della cessazione della qualifica di rifiuto, ossia del cosiddetto “End of Waste” e soprattutto di armonizzare le attività di controllo tra Stato, Regioni, Enti. Riformare, Semplificare, Armonizzare sono le parole-chiave per una transizione verso il modello economico circolare, nemico di eccessi in burocrazia.

È di pochi giorni fa la notizia del riavvio dell’ ”end of waste” cosiddetto caso per caso previsto dall’emendamento al decreto legge crisi aziendali, appena approvato al Senato. Con questo emendamento, da una parte si risolve lo stallo dovuto alla sentenza 1229/2018 del Consiglio di Stato e alla legge “sblocca cantieri” (55/2019), dall’altra resta invece un pesante carico burocratico – di kafkiana memoria – a carico delle imprese di smaltimento che debbono sottostare a controlli a campione per verificare se operino nel rispetto delle autorizzazioni. Tali controlli possono durare 60 giorni, a cui si aggiungono ulteriori 60 giorni in caso di esito negativo entro cui il Ministero dell’Ambiente può chiedere l’adeguamento dell’impianto pena la revoca dell’autorizzazione.

In breve e semplificando, a fine vita di un prodotto, le materie in esso contenute possono attendere più di 4 mesi per poter essere qualificate eligibili per una seconda vita e quindi superare l’esame dell’impatto ambientale o sulla salute umana derivanti dal riutilizzo della sostanza in altri processi produttivi.

I controlli a campione di Ispra o Arpa sulla conformità di quanto entra, di come viene processato e di quanto esce rispetto all’autorizzazione ed alle condizioni per la cessazione della qualifica di rifiuto sono fondamentali. Sia chiaro il concetto dell’importanza del Controllo, attività fondamentale in uno Stato di diritto. Ma sia detto in modo chiaro che tempistiche eccessivamente onerose rischiano di far cadere le buone prassi in corso rendendo incerta la transizione verso il modello economico circolare.

Alcuni esempi che richiedono semplificazione, certezza nei tempi ed efficienza:

Blockchain

L’applicazione della Blockchain, oggi già conosciuta nel mondo finanziario, si sta rapidamente espandendo anche nell’industria in supporto alle attività di gestione della supply chain. Nel caso del manufacturing (industria di processo continuo), l’obiettivo è di ottimizzare le attività produttive, distributive, di tracking e controllo della qualità e autenticità dei prodotti. La cosiddetta provenance (verifica dell’origine e dell’autenticità dei prodotti lungo la value chain, per evitare frodi, contraffazioni, e mantenere elevati i livelli di qualità).

L’idea è quella di estendere la blockchain nei processi industriali fino a fine prodotto: dall’estrazione e/o ottenimento di materia prima al prodotto commercializzabile, continuando nelle fasi di smaltimento del prodotto a fine vita, ivi incluso il recupero della materia in esubero o scartata e il suo nuovo ripristino sul mercato in qualità di materia prima seconda.

Le opportunità sono decisamente ampie e riguardano tutte quelle transazioni che richiedono autenticazione, immutabilità e fiducia tra le parti e snellimento nei processi. La si denomina anche tracciabilità end-to-end, una soluzione che grazie alla tecnologia Blockchain autocertifica l’intera tracciabilità della filiera di produzione e la trasformazione dei prodotti.

Rivolgendoci poi al mondo pratico delle Imprese notiamo che nell’Industria del tessile già è in atto un importante progetto pilota sulla Blockchain, con l’istituzione di una Commissione ad hoc presso il Ministero dello Sviluppo Economico composto da luminari del settore; ne conosco personalmente un paio, calibro elevatissimo, ottimo lavoro, grande speranza per tutti noi.

Industria della cosmesi e profumeria

Nel 2018 abbiamo dato avvio con la Divisione Profumi del Gruppo Bulgari al primo caso in Italia in cui si aumentava del 25% la percentuale di materiale destinato a riciclo dei prodotti a fine vita rispetto alle distruzioni;  abbiamo investito tempo e denaro, mettendo in campo le competenze migliori e abbiamo fatto da apripista ad un settore strategico per il nostro Paese. Un caso senza precedenti ma appunto isolato che rischia di perdere valore se nel frattempo non si è in grado di fornire all’Industria un “Sistema”, l’humus normativo e regolamentatorio adatto alla crescita di pratiche virtuose dell’End of Waste, deburocratizzato e dai tempi certi.

Alleanza Italiana per l’Economia Circolare

Altro esempio che dimostra come l’Industria italiana sia pronta ad accogliere la sfida dell’economia circolare è l’attività progettuale che stiamo mettendo in pratica tra diverse aziende, di diversi settori merceologici, in modo che lo scarto dell’una diventi materia prima dell’altra. Sono aziende che hanno siglato un Manifesto, già presentato in Confindustria nel novembre 2017, presentato ad Ecomondo nell’edizione 2018 e che si appresta ad essere promosso nelle sedi istituzionali italiane ed internazionali a suffragio di un modo di ripensare il Made in Italy in tutte le fasi. Siamo profondamente convinti che l’eccellenza della nostra manifattura che contraddistingue il “saper fare” italiano dal resto del mondo, non venga tradita proprio nel fine vita di un prodotto. Il Manifesto ha avuto come primi firmatari: Enel, Ferragamo, Intesa, Bulgari, Fater, Novamont, Eataly, Accenture, Costa.