L’Impresa del Cambiamento: come passare dalla teoria alla pratica: 4 possibili ambiti

Si sono dette molte cose dell’Impresa in questi ultimi anni, attribuendole molto spesso ruoli che trascendono di molto la sua dimensione di luogo ove capitale, fattori di produzione – in primis – Lavoro e Materie Prime si incontrano intorno ad un’idea, una visione, un progetto ed insieme realizzano profitto, tale e tanto da rendere sostenibile la produzione e durare nel tempo, remunerando ciascun fattore, nel rispetto dell’ambiente e delle relazioni sociali. La mia definizione è semplificata e non tiene – volutamente – conto delle definizioni di Impresa ad essa attribuite nelle varie epoche a partire dalla prima rivoluzione industriale. In altre parole, se si vuole decifrare quell’immenso geroglifico che è l’attuale società industriale, occorre trovarne gli elementi di novità; quindi non rivolta morale contro il capitalismo ma sostegno a modelli economici che rilancino l’Impresa del Cambiamento.

Proviamo a mostrare quattro diversi ambiti ove il cambiamento può trovare terreno fertile: l’interazione dell’impresa con il mondo delle Start-up, la fertile collaborazione tra mondo del profit con quello del non-profit a beneficio delle comunità locali in ottica di Sostenibilità, la transizione verso il modello di Economia Circolare e l’uso di energia rinnovabile da filiera decentrata

Innovazione: partnership con Start-up

La Globalizzazione, la proliferazione di innovazioni tecnologiche e la concorrenza da parte delle agili Start-up stanno costringendo le grandi aziende a reinventarsi e a trovare idee innovative. Il motto è chiaro: “essere disruptive” –  altrimenti qualcun altro lo sarà! In questo contesto, assistiamo ad una fioritura di iniziative che legano l’Impresa alle start-up, per la creazione di prodotti ‘innovativi’, o talvolta alla trasformazione del proprio business dal prodotto al servizio.

Gli strumenti per innovare possono essere i più svariati. Alcuni esempi efficaci sono:

  • Il sourcing delle idee (concorrenza interna/esterna, “hackathons”, chiamate per i progetti, ecc).
  • Partenariati tra imprese e Università, centri di ricerca, ecc.
  • Corporate Venture Capital, divenuto un importante motore per l’innovazione.

Tuttavia, se i metodi sono noti, il successo della ricetta è il dosaggio degli ingredienti e soprattutto la capacità di condurre una dinamica di gruppo all’interno dell’azienda, la quale non sempre è pronta a ricevere il dinamismo di una start-up e ad abbattere il muro delle lungaggini decisionali e degli approcci conservativi al proprio interno.

Inoltre, sono ancora pochi i casi che mostrano con determinazione che le idee nate con tali strumenti abbiano davvero fatto la differenza. Al contrario, sono maggiori i casi di grandi e prestigiose aziende, alcune delle quali leader mondiali, che hanno interrotto tali processi in corso d’opera, a causa della mancanza di risultati. Già 25 anni fa, Geoffrey Moore, nel suo “Crossing the Chasm”, osservava che c’è sempre un divario tra la fase iniziale ricca di entusiasmo e di successi ed il tempo dell’implementazione che conduce all’inevitabile ridimensionamento. Prevalgono nelle imprese osservazioni del tipo: “il modello di business non è compatibile con i nostri KPIs”, “questo cannibalizzerà i nostri attuali mercati”, “è troppo complicato”, “è troppo costoso”, ecc.

Ma il trend sta, tuttavia, lentamente cambiando. Si potrebbero citare casi di eccellenza di incroci di business tra grande azienda e start-up, co-partecipazioni a gare internazionali, partnership su bandi europei in cui i finanziamenti vengono erogati per premiare l’Idea della start-up ma che ha dietro la volontà del grande gruppo ad investire sull’Idea. Il numero di questi casi cresce ogni anno. Secondo i dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano nel 2018 sono stati investiti 600 milioni di euro in startup italiane, rispetto al 2012 l’80% in più.

Innovazione: Partnership con ONG

Negli ultimi anni la spinta dell’Impresa alla creazione di valore condiviso ha reso ancora più evidente la necessità di efficaci forme di collaborazione tra soggetti diversi proprio con l’obiettivo di migliorare le condizioni economiche e sociali della comunità in cui l’Impresa implementa il proprio business.

Questo orientamento diventa ancora più necessario quando le imprese operano nei Paesi in Via di Sviluppo dove, perseguendo le loro finalità di apertura di nuovi mercati e di profitto, possono impattare positivamente sulla riduzione della povertà e sulla salvaguardia dell’Ambiente ed essere pertanto percepite dalle comunità e dalle istituzioni locali come agenti di sviluppo.

Lo sviluppo del settore privato basato sui principi della trasparenza, della libera concorrenza, del rispetto dei diritti umani, del lavoro dignitoso, della tutela dell’ambiente e dell’apertura internazionale, è un requisito essenziale per lo sviluppo sostenibile. L’High Level Forum sull’Efficacia dello Sviluppo (Busan 2011, Messico 2014) e l’Agenda for Change dell’Unione Europea (2011) hanno sancito il ruolo chiave del settore privato come propulsore dei processi di sviluppo sostenibile in partnership con il settore pubblico

A livello internazionale la nuova Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile definisce il settore privato come un attore centrale per il perseguimento dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs). L’High Level Political Forum on Sustainable Development (luglio 2016, New York), il principale foro globale per l’attuazione ed il monitoraggio dell’Agenda, ha posto grande enfasi sul più ampio coinvolgimento possibile, attraverso il modello delle partnership, della società civile e del settore privato.

In questo contesto lo sviluppo di progetti di cooperazione internazionale che prevedano la partnership tra imprese e organizzazioni non governative apre nuove e vantaggiose prospettive per tutti i soggetti interessati e conferisce all’Impresa il ruolo di “garante” economico, con la possibilità di entrare in nuovi mercati, di crescere nei Paesi in cui è già presente e di innovare la propria capacità di stare sul mercato.

Innovazione: soluzioni dal modello di economia circolare

In questo ambito le imprese devono essere incentivate a scambiarsi materie prime di fine ciclo produttivo, nella stessa industria o tra diverse attività produttive. Attualmente il business di materie prime seconde non ha impatti commerciali rilevanti e deve essere supportato da manovre fiscali che ne incoraggino lo sviluppo a scapito delle risorse in esaurimento.

In altre parole tassare le risorse come il carbone, il petrolio e altri minerali, promuovendo l’uso di pratiche di recupero e riciclo di quelle già estratte ed in circolo, potrebbe allontanare il mercato dal paradigma della crescita con uso intensivo delle risorse ed indirizzarlo verso tecnologie innovative nei settori delle energie rinnovabili, dell’acqua potabile, dei nuovi materiali e della gestione dei rifiuti.

Già nel 2009, l’economista Robert Shiller faceva notare nel suo libro “Animal Spirits”, come l’Impresa rappresenti un mezzo straordinario per il cambiamento ma è anche un veicolo privo di guida se non viene gestito in maniera adeguata. Per i governi ciò significa puntare su una trasformazione del sistema fiscale, che sposti con coraggio il carico della tassazione dai profitti all’uso delle risorse. E questo – lo ribadisco ogni volta che ne ho occasione – deve essere fatto con ottica sistemica di lungo periodo e ha poco a che fare con iniziative sporadiche talvolta filantropiche di qualche mente illuminata. Si devono invece coinvolgere le Imprese partendo dai processi industriali, dai piani strategici di investimento, dai piani commerciali, rendendo loro fattibile il cambio di passo verso il modello di economia circolare.

Nella nuova Legge di Bilancio, sebbene non ci sia ancora una pianificazione sistemica dell’implementazione del modello di economia circolare, sono presenti alcune norme che ci fanno ben sperare; al fine di incrementare il riciclaggio delle plastiche miste e degli scarti non pericolosi dei processi di produzione industriale e al fine di ridurre l’impatto ambientale degli imballaggi e il livello di rifiuti non riciclabili derivanti da materiali da imballaggio, viene accordato un credito d’imposta nella misura del 36% a tutte le imprese che acquistano prodotti in plastica realizzati con materiali provenienti dalla raccolta differenziata degli imballaggi in plastica ovvero che acquistano imballaggi biodegradabili e compostabili. Il credito è previsto per ciascuno degli anni 2019 e 2020 fino ad un importo massimo annuale di euro 20.000 per ciascun beneficiario.

Innovazione: il modello di incentivi all’abbattimento delle emissioni di CO2 attraverso energia rinnovabile da fonti non centralizzate

L’anno 2018 è stato ricco di dibattiti sul tema dell’innovazione industriale in materia di produzione di energia verde, La recente inchiesta pubblicata dalla “Breakthrough Energy Coalition”, fondazione composta dagli imprenditori più facoltosi della terra, Bill Gates incluso, è uno degli esempi più significativi di come siano maturi i tempi per abbandonare una visione colbertista/giacobina di capitalismo di stato che favorisce soluzioni centralizzate di produzione di energia per abbracciare forme di produzioni decentralizzate. Il santo graal per questa nuova politica energetica potrebbe essere la creazione di filiere industriali ed il sostegno alle tecnologie più innovative.

Oggi il limite più grande allo sviluppo di questa modalità di business non è determinato solo dalla mancanza di incentivi ma soprattutto dalla carenza di un vero sostegno alla sua commercializzazione. L’attuale modello di produzione energetica centralizzata rende necessari grandi investimenti per la costruzione e manutenzione delle reti di distribuzione e crea un forte potere di controllo da parte di pochi produttori sulla sicurezza e continuità di approvvigionamento energetico delle utenze mentre l’adozione di un modello di generazione distribuita realizzando su tutto il territorio piccoli impianti di produzione vicini ai consumatori, le cd smart grid, renderebbe sostenibile anche finanziariamente la produzione di energia verde.

Modelli innovativi, tesi a calmierare l’effetto serra, possono generare profitti considerevoli oltre che dare risposte immediate e durevoli alla lotta al cambiamento climatico.

In un rapporto uscito di recente, dedicato al mercato europeo delle emissioni, l’Ocse, ha specificatamente dichiarato come lo sviluppo di reti possa abbattere considerevolmente le emissioni di CO2.

Può essere utile ricordare che dal 2005, le aziende europee di qualche dimensione che operino nei settori dell’energia (come le centrali elettriche), dell’acciaio, del vetro, del cemento e della carta – attività in cui si produce molta anidride carbonica – non possono superare una determinata soglia nella quantità di Co2 che emettono i loro impianti. Se vanno al di sopra di certi valori di Co2 prodotta, devono acquistare (su un apposito mercato) analoga quantità di diritti quali forma di tassazione che spinge a ridurre le emissioni. E chi fornisce questi diritti? Le aziende degli stessi settori che riescono a restare sotto quella soglia e, per questo, acquisiscono un bonus che possono rivendere. E’ il più grande esperimento di controllo della Co2 esistente al mondo: coinvolge 14 mila impianti elettrici e fabbriche in 31 diversi paesi e abbraccia il 40 per cento delle emissioni totali della Ue.

Il modello rappresenta una buona pratica per il mondo intero ed è firmato UE. Per concludere, il grande tema rimasto in sospeso nel recente vertice Onu di Katowice è come riproporre a livello mondiale un mercato delle emissioni all’europea, forse la speranza più concreta di arrivare ad un taglio concreto e significativo della Co2, prima che sia troppo tardi.

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