L’Impegno coraggioso delle nuove generazioni

Attraversando piazza Duomo a Milano, durante una dei raduni di massa di questi giorni, non ho saputo resistere alla tentazione di riflettere su alcuni aspetti del nostro tempo. E queste riflessioni mi giungono guardando alcuni dei cartelli scritti dai nostri giovani in piazza, che citano alcuni articoli della Costituzione italiana.

Ad onor del vero in molti criticano questi interventi in piazza, si dice che la protesta, seppur genuina, non è rappresentativa di un cambiamento se non è capace di fungere da incubatore di idee politiche.

Tuttavia dobbiamo avere l’onestà intellettuale di riconoscere di non aver saputo indicare una strada a queste generazioni. Il desiderio di “piazza” è indice di questa incapacità. L’importanza dei numeri determina la critica ad una tendenza, ormai consolidata, a stilare proposte senza futuro, che non soddisfano le aspettative di chi si affaccia ora alla vita; assistiamo sempre più alla nascita di partiti ad personam, legati ad un nome e cognome.

Eppure abbiamo ragione di affermare che nel nostro tempo la logica della complessità unita al dialogo tra generazioni rappresenti la chiave di ingresso verso il futuro. Lo storico francese Vovelle avrebbe definito questa nostra epoca come sintesi tra tempo lungo e tempo corto, fra struttura ed evento, fra spazio locale e spazio globale, tra protagonismo individuale e mobilitazione collettiva. I nostri giovani ci lanciano invece un grido di allarme poiché intravedono solo l’estemporaneità di dichiarazioni spot, tramesse in un twitter per poi essere smentite il giorno dopo.

Quale mondo consegniamo alle nuove generazioni

In primo luogo non è più un mondo eurocentrico. Quando avevo 20 anni io l’Europa era ancora il centro indiscusso del potere, della ricchezza, della cultura e della civiltà occidentale. La Gran Bretagna rappresentava il luogo ove le libertà civili avevano un luogo; Londra per molti di noi è stato il primo viaggio all’estero. I nostri ragazzi hanno quasi paura ad attraversare la Manica e comunque guardano il Paese con sospetto non rappresentando più la meta né il coronamento di un sogno.

L’Europa, d’altra parte, negli ultimi anni è divenuto luogo di arrivo del più grande fenomeno migratorio di tutti i tempi, popoli interi che fuggono dalle regioni povere del pianeta, da zone in conflitto e da terre dove il cambiamento climatico ha eroso la fertilità dei terreni e prosciugato i fiumi.

Le industrie europee che erano sorte dopo il secondo conflitto mondiale sono emigrate altrove e quelle rimaste fanno i conti con guerre doganali e con il ripristino di condizioni commerciali che risalgono al XIX secolo. Cina e USA si contendono il primato del commercio delle materie prime. La crisi dell’acciaio è il caso più drammatico.

La seconda trasformazione è la logica del sospetto, alimentata purtroppo dal terrorismo dilagato ovunque. Il nemico può celarsi ovunque; abbiamo imparato a guardare con sospetto culture e religioni differenti dalle nostre. Ci sono forze politiche che hanno basato sulla paura e sul nemico intere campagne elettorali, vincendo tra l’altro le relative elezioni.

La terza trasformazione è quella più significativa e riguarda ciò che si definiva la costruzione del “villaggio globale”, la locuzione fu coniata negli anni ’60 (MacLuhan 1962) e comportò un’inimmaginabile accelerazione nelle comunicazioni e nei trasporti, provocando in pochi decenni l’impennata al ribasso dei prezzi che consentì a centinaia di milioni di persone di muoversi e di comunicare. Oggi non utilizzeremmo più questa terminologia ma dobbiamo avere a mente che l’era di internet, della globalizzazione, dell’azzeramento dei tempi nel recupero di informazioni attraverso la rete parta da lì.

E il fenomeno ha messo in evidenza la tensione tra questo processo sempre più accelerato di globalizzazione e l’incapacità delle Istituzioni pubbliche e dei comportamenti collettivi di accordarsi ad esso. È un fatto piuttosto curioso che il comportamento privato delle persone, invece, abbia faticato molto meno della loro condotta pubblica ad adattarsi al mondo della posta elettronica, del pendolarismo transoceanico, dell’apparire in televisione.

I partiti politici si sono adeguati solo di recente determinando la crisi della politica stessa.

La quarta trasformazione è la disintegrazione dei vecchi modelli delle relazioni umane e sociali da cui deriva anche la rottura dei legami tra le generazioni, tra passato e presente. Questo mutamento è stato particolarmente evidente nei Paesi più sviluppati del capitalismo occidentale, nei quali i valori di un individualismo asociale sono stati dominanti.

La società che abbiamo consegnato ai nostri figli consiste nell’assemblaggio di individui egocentrici tra loro separati, i quali perseguono solo la loro gratificazione, sia essa profitto, successo, visibilità, espressa in uno spazio temporale brevissimo.

Questo ultimo passaggio è di cruciale importanza se messo a confronto con il suo opposto, e cioè con la visione di un modello sociale ed economico denominato Sviluppo Sostenibile. Il primo personaggio pubblico a parlarne è stato Bergoglio che rimane il solo ancora oggi a dire in Occidente che il capitalismo così com’è concepito si trovi al capolinea. E l’indifferenza, l’apatia, l’attesa che le cose cambino da sole, la non attività, sono tra le cause più deleterie del capitalismo degli ultimi 30 anni, invece di procedere per sincretismo e non per inerzia.

Gli obiettivi di Sviluppo Sostenibile, dell’Agenda 2030, sono una guida per le transizioni che ci si pongono davanti e che basterebbero da sole a creare le premesse per un Programma Politico a lungo termine: la trasformazione economica secondo un modello circolare, quella ecologica ed energetica, la trasformazione sociale con la riduzione delle disuguaglianze, con il coinvolgimento fattivo tra generazioni, il ritorno al rinascimento delle idee.

Questo mi pare di aver letto nei volti della piazza di Milano.

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