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L’Economia Circolare in Italia

L’obiettivo di dare vita a un sistema di economia circolare rappresenta un cambiamento di paradigma che coinvolge aspetti normativi, produttivi, organizzativi e distributivi e di consumo. La rilevanza di questo cambiamento radicale implica infatti anche una ricaduta significativa sulla vita quotidiana dei cittadini e sulle abitudini di milioni di consumatori oltre che delle Imprese.

L’ Economia Circolare è, dunque, un modello economico che trascende i singoli perimetri aziendali e che implica modifiche profonde di processo non solo all’interno delle aziende che vogliano dotarsi di tale modello ma anche nelle relazioni tra gli attori citati.

L’Italia rappresenta per storia, tradizione e geografia il contesto ideale per lo sviluppo del modello economico circolare ma necessita di una strategia nazionale globale affinché si affronti il cambio di passo in modo sistemico e condiviso.

AISEC (Associazione Italiana per lo Sviluppo dell’Economia Circolare) è un’associazione non-profit fondata nel 2015 dedita esclusivamente alla promozione, diffusione ed applicazione del concetto di economia circolare in Italia, nella convinzione che l’economia circolare consenta di perseguire un modello di sviluppo in grado di instaurare un nuovo tipo di relazione tra produzione e consumo, un vero cambio di passo nell’integrazione tra politiche ambientali ed economiche, basato sul ciclo di vita dei prodotti e incentrato sul recupero di ogni singola e preziosa materia prima.

Di recente l’Associazione si è fatta promotrice, con l’ausilio di un ente di ricerca e di una società di certificazione, di un’indagine conoscitiva tra le imprese italiane per testare il grado di conoscenza del modello e della sua applicazione pratica.

Il ruolo dell’Impresa

L’impresa, unitamente agli altri attori coinvolti nel ciclo produttivo, può contribuire al cambio di passo verso una nuova Economia Circolare e Responsabile attraverso pratiche e modelli produttivi a forte impatto rigenerativo, per se stessa e per la comunità del suo indotto, con moltiplicatori sociali importanti.

Fare di necessità virtù, riuscire a trasformare un esubero o un rifiuto in una “risorsa”, pensare un prodotto in chiave rigenerativa: questi i cardini principali dell’economia circolare, il modello di sviluppo che abbandona il modello lineare di produzione, uso e rifiuto, e che mira a chiudere i cicli. Non solo riuso, quindi, ma anche differenziare, riciclare e, soprattutto, pensare e progettare i prodotti in modo tale che, una volta arrivati a fine ciclo vita, possano essere facilmente disassemblati, riciclati, o riutilizzati per altri fini.

L’idea dell’economia circolare si è progressivamente evoluta e allargata e oggi riguarda molti settori merceologici.

I vantaggi dell’economia circolare sono molteplici: si consumano meno risorse e quindi si produce in modo più efficiente, si risparmiano energia ed emissioni, si scambia materia.

Dal recupero industriale di rifiuti si ottengono materie prime seconde che poi possono venire usate dal settore manifatturiero che in questo modo riesce anche ad ottimizzare i costi.

Nel momento in cui si pensa ad un nuovo prodotto si pensa già a tutto il suo ciclo di vita, anche a come lo si potrà riusare nel momento in cui non sarà più in grado di svolgere la sua funzione primaria. Per fare un esempio: ad oggi una delle difficoltà maggiori che si incontrano nell’applicazione pratica dell’economia circolare è data dal fatto che la maggior parte degli oggetti in uso è frutto di un processo di assemblaggio molto complesso, al punto che diviene poco conveniente e utile disassemblarlo per riusarne parti utili. Un esempio è quello del settore della profumeria e della cosmesi, dove il “non venduto” viene ancora totalmente incenerito nel proprio packaging.

Rivisitare la fase del design in chiave circolare significa anche fornire alle imprese competitività. Quindi,

se da una parte, la sfida dell’economia circolare può essere considerata una delle risposte più concrete nei confronti delle materie prime scarse e dell’impatto ambientale, dall’altra essa rappresenta una grande opportunità di business.

Un modo per tradurre in pratica il modello di economia circolare è il ricorso a soluzioni produttive che incentivino il cosiddetto PEF (Product Environmental Footprint) che indica le prestazioni ambientali di un prodotto o servizio nel corso del rispettivo ciclo di vita. Le informazioni relative alla PEF sono fornite con l’obiettivo di ridurre l’impatto ambientale dei prodotti e servizi tenendo conto dell’intera filiera di approvvigionamento, dall’estrazione di materie prime, alla produzione nelle varie fasi, alla gestione del prodotto divenuto rifiuto.

Il concetto che sta alla base e che segna un distacco netto dalle dinamiche dell’economia tradizionale è la dimensione “rigenerativa” in assoluta identità con i cicli di vita biologici presenti in natura in grado di recuperare materia viva anche a fine vita (“restorative by intention” secondo la definizione dell’Unep). Tale modello si è diffuso nelle politiche di sviluppo di molti Paesi dando anche vita ad azioni preventive di progettazione dei prodotti di consumo in chiave di riuso, come, in Italia, sancito dal D.M n. 140/2016 sull’eco-progettazione delle apparecchiature elettriche ed elettroniche.

I risultati dell’indagine tra le imprese italiane

L’iniziativa ha avuto come obiettivo l’approfondimento della propensione delle aziende italiane all’economia circolare. Le aziende italiane hanno sviluppato o stanno sviluppando una coscienza legata ad un concetto di circolarità? Esistono già delle azioni concrete in tal senso? Quali sono le criticità che le aziende stanno incontrando nel loro percorso?

Si è inoltre ritenuto che una raccolta di informazioni sulle esperienze e gli orientamenti delle aziende italiane – oltre a sensibilizzare – aiutasse anche a promuovere il dibattito sullo sviluppo di reti di collaborazioni e partnership, considerato elemento decisivo per lo sviluppo dell’economia circolare.

Il questionario somministrato alle aziende è stato strutturato in quattro macro sezioni. La prima ha riguardato la raccolta di informazioni generali, utili ad identificare il soggetto rispondente; la seconda sezione ha identificato l’approccio all’economia circolare permettendo di entrare in modo pratico nel tema trattato. L’analisi è stata condotta sul se e come l’azienda abbia adottato il modello quali siano le pratiche in atto e quali siano le difficoltà riscontrate.

Nella terza sezione sono stati presi in considerazione diversi parametri per identificare le performance aziendali e gli strumenti adottati per aumentare l’efficienza, l’innovazione e la sostenibilità sul medio-lungo periodo. Nello specifico i quesiti riguardavano: le modalità di monitoraggio delle fonti di energia e dei consumi energetici al fine di ridurre le emissioni; l’adozione/l’utilizzo di un sistema per la valorizzazione di rifiuti, sottoprodotti e materie prime seconde al fine di implementarne il riutilizzo; la valutazione di partnership con altri soggetti della filiera produttiva; lo studio LCA (life cycle-assessment) su prodotti. La quarta sezione, infine, è stata utile per esplorare le aspettative delle aziende, in relazione alle iniziative che sarebbero auspicabili per favorire l’ulteriore diffusione di una cultura orientata all’economia circolare e la realizzazione di iniziative e progetti dedicati.

Il questionario è stato somministrato a un target di circa 30.000 destinatari, di cui circa 1000 hanno dimostrato interesse senza però completare tutte le domande, mentre circa il 10% è arrivato a completare il questionario per intero. Abbiamo interpretato questo dato come un segnale di forte interesse nei confronti del tema (circa 1000 soggetti hanno iniziato a rispondere al questionario) ma non pienamente supportato da conoscenze ed esperienze: in pochi, infatti, avevano sufficienti elementi e dati a disposizione, per poter rispondere alle domande più tecniche. Altre motivazioni potrebbero essere la scarsa sensibilizzazione, la carenza di incentivi che possano condurre le aziende a modificare, o quanto meno a revisionare, i propri processi di business, oltre che gli impedimenti di natura legislativa.

In ogni regione d’Italia abbiamo almeno una organizzazione che ha risposto al questionario, fatta eccezione per la Valle D’Aosta. La regione Lombardia con 34% delle imprese è quella col maggior numero di imprese che hanno risposto al questionario, seguita da Lazio con 12,5% delle imprese ed Emilia Romagna 8%.

È interessante notare come al primo posto tra gli impedimenti percepiti si trovi la mancanza di reti (24.61% degli intervistati).

“Interciclicità” e “dialogo tra industrie” sono due concetti chiave per l’economia circolare: uno scarto di lavorazione può entrare in diversi cicli o in filiere diverse rispetto a dove è stato generato; ne consegue che la creazione di reti è il passaggio fondamentale sul quale occorrerà concentrare gli sforzi per dare impulso al passaggio da economia lineare a economia circolare. E’ anche grazie alla rete e alla condivisione delle informazioni che si possono sviluppare nuove tecnologie.

Va da sé che tutto ciò si può sviluppare se, di pari passo, vengono a cadere quegli impedimenti legislativi che ad oggi non permettono di riutilizzare rifiuti o sottoprodotti in modo semplice e se si sviluppa una politica di incentivi.

La transizione verso un modello di economia circolare necessita di uno sforzo da parte dell’intera comunità – come si diceva in apertura – che veda coinvolti tutti gli attori in gioco (decisori, imprenditori, fruitori di beni e servizi, consumatori, ecc.) in un processo bidirezionale, sia bottom-up che top-down.

Sfide aperte

Nonostante i tanti studi pubblicati in questi ultimi anni che evidenziano un cammino virtuoso verso il modello, non siamo ancora riusciti ad avere in Italia un approccio sistemico sull’economia circolare. Le realtà osservate sono distribuite sul territorio a macchia di leopardo e in alcun modo dialogano tra loro. Siamo ancora lontani dal realizzare una piattaforma comune per industria e fra industrie in cui si scambino materie prime seconde.

Oggi l’economia circolare è una tendenza mondiale ed irreversibile. Ciononostante, molto deve essere ancora fatto per potenziarne l’azione sia a livello dell’UE che italiano per sfruttare il vantaggio competitivo che essa porterà alle imprese. L’interazione con i portatori di interesse ci suggerisce l’urgente necessità di agevolare le imprese nel cammino verso il modello circolare con norme e con contributi fiscali ad hoc. Proprio in questi giorni la Commissione europea ha incaricato gli organismi europei di normazione di elaborare criteri per la misurazione della durabilità, della riutilizzabilità, della riparabilità e della riciclabilità dei materiali. Ma molto occorre ancora fare.

Se non si recepiscono pienamente le politiche europee, anche in Italia, facendo tra l’altro partire i decreti che tecnicamente regolano il trattamento e la destinazione di quelli che finora sono considerati rifiuti e che invece possono diventare una risorsa per la manifattura italiana, rischiamo di perdere anche un’occasione di rilancio economico fondamentale per il nostro Paese.

Economia circolare, dal riutilizzo alla lotta allo spreco

Economia circolare, dal riutilizzo alla lotta allo spreco – 2 ottobre 2019  – 14:00  –  16:00

Aula DB  – Università Bocconi in via Roentgen 1 Milano

Ripensare il modello di sviluppo diventa sempre più urgente: anche per questo un numero crescente di imprese ha posto al centro dell’attenzione il riutilizzo, il consumo responsabile, la riduzione degli sprechi, la diminuzione dei rifiuti durante tutto il ciclo produttivo. Un incontro per presentare i risultati ottenuti da imprese di ogni dimensione grazie a tecnologie e materiali innovativi.

Coordina

Giornalista – AdnKronos Prometeo

Partecipano

Responsabile sistema di gestione e compliance – Deco
Commercialista, Revisore legale e Giornalista pubblicista -Eidos Consulting – Vending Magazine
Responsabile Comunicazione -P&G Italia
Amministratore Delegato -CDA
Ufficio Ammistrazione -Fonderie di Torbole
Consigliere AISEC – AISEC
Marketing Director – Just Eat Italia
Sustainable Development Director -Bolton Food
Responsabile Relazioni Esterne -CiAl

Lo Sviluppo Sostenibile che porta a domani

Ho sempre avuto l’insana abitudine di leggere due libri in contemporanea, cercando di alternare generi e stili di scrittura.

Negli anni 90 fu il turno di “La fine del Lavoro” di Jeremy Rifkin e “La strada che porta a domani” di Bill Gates contravvenendo scientemente alla regola di alternare gli argomenti. Testi che ho trovato, de facto, perfettamente sovrapponibili sia nei contenuti che nello stile.

L’uno decreta la fine dei lavori tradizionali e del modello delle relazioni industriali conosciuto sin lì, l’altro conduce alla rappresentazione di nuove figure professionali in un contesto tecnologico di assoluta novità, in grado di modificare processi e sistemi, tempi e metodi, relazioni industriali e l’organizzazione del lavoro di ciascuno di noi. Si è visto. Si è realizzato quasi tutto. Questi due testi sono stati scritti da due americani, due outsider nei rispettivi campi.

L’abbinamento dei due testi fu una scelta illuminante perché da quel momento iniziai ad occuparmi di sviluppo in chiave sostenibile che ha cambiato in modo radicale la mia visione del mondo e della politica economica e industriale. All’epoca lavoravo negli Stati Uniti in un cantiere della Carolina del Sud, terra generosa e rigogliosa, dove si produceva PTA, plastiche e derivati. Proprio lì, per la prima volta, appresi della possibile combinazione tra industria e rispetto dell’ambiente, tra produzione, sviluppo, consumo e sostenibilità ambientale. Detta in breve, l’investitore americano ricevette dalle autorità locali la concessione a costruire solo a condizione di rispettare l’eco-sistema del territorio attraverso un ampio programma pluriennale di riforestazione ed una partnership con i centri di ricerca locali a tutela della protezione delle specie animali. Era il 1996.

Appena qualche anno prima, il prof. Giuseppe Catturi pubblicava: “Produrre e consumare, ma come? – verso l’ecologia aziendale” ove venivano tracciate le linee di ciò che l’Impresa oggi, a distanza di quasi 30 anni, persegue nell’interesse non solo dei tre assi di cui si compone la sostenibilità – profitto, ambiente, società – ma anche per la propria sopravvivenza e per rispondere alle esigenze dei consumatori, degli investitori, dei mercati, della finanza. Il testo era propedeutico all’esame di Economia aziendale, per l’epoca una rivoluzione del pensiero economico aziendale, tant’è che in prefazione l’autore non si esimeva dal denunciare come gli studiosi dell’epoca non ritenessero opportuno contribuire all’assunzione di posizioni culturali o di provvedimenti normativi da indicare ai decisori politici, poiché convinti che le indagini di tipo aziendale necessitassero di un quadro di riferimento definito, ortodosso, piuttosto che di ipotesi ancora all’epoca non concrete.

Mi valgano, queste brevi considerazioni di apertura, per affrontare un tema caro a molti di noi, non solo in veste di addetti ai lavori, ma in virtù di una visione organicistica delle singole realtà aziendali, riconoscendo loro la caratteristica strutturale in una comunità di individui che in modo coordinato e sistemico operano la soddisfazione dei bisogni sociali e ambientali, ove l’autorità pubblica possa svolgere un’azione armonizzatrice di tali dinamiche a garanzia del futuro.

Di recente arrivano segnali realmente incoraggianti. Cito un episodio che ha fatto scalpore negli USA in epoca trumpiana e che permette un facile collegamento con quanto scritto. La Business Roundtable, gruppo lobbista composto dagli amministratori delegati delle principali aziende americane ha annunciato di voler soddisfare le aspettative dei propri clienti, perfino superandole, con un approccio responsabile verso il sociale e l’ambiente. Hanno deciso di fare questo attraverso un piano di formazione senza precedenti sulla sostenibilità ai propri dipendenti in modo che possano sviluppare nuove competenze e trasferirle nel lavoro così come nell’intera filiera produttiva attraverso il rapporto con fornitori e prestatori di servizi rendendo il processo ad impatto esponenziale. Questa dichiarazione è stata letta da molti osservatori come un importante cambio di passo ed un ritorno a principi di buon senso anche da parte dei più scettici a detta di Judy Samuelson, direttore generale del programma Business and Society dell’Istituto Aspen o di Jamie Dimon, CEO di JPMorgan. E anche il mondo politico ora vuole intervenire, Elizabeth Warren, candidata alle presidenziali propone la firma dell’Accountable Capitalism Act da parte delle più grandi aziende americane di industria e finanza con l’impegno concreto ad occuparsi degli interessi di tutti i portatori di interesse.

Tutto ciò ci riporta indietro nel tempo quando il nostro professor Catturi invocava la regolamentazione dei comportamenti responsabili aziendali da parte del legislatore.

Un’ipotesi concreta è quella di normare l’obbligo di considerare l’ambiente non solo nelle determinazioni computistiche sui consumi quanto piuttosto come risultante della diffusione di una cultura che attribuisca un preciso valore all’impatto di ciascuna produzione, rendendo obbligatorio per ogni impresa l’accantonamento a bilancio di un fondo da utilizzare nella ricerca di soluzioni ai problemi di impatto ambientale che via via si presentano.

E’ questo il caso del gruppo LVMH che realizza questi accantonamenti già dal 2014, ma è un impegno ancora volontaristico e non obbligatorio.

In conclusione, per raggiungere finalmente l’obiettivo di pieno Sviluppo Sostenibile ad opera di un intero sistema Paese occorre un cambio di rotta da parte di tutti i soggetti, da parte delle aziende di ogni settore produttivo in ottica di economia circolare, sollecitati dai clienti in grado di indirizzare i consumi, con l’ausilio di uno Stato regolamentatore, e delle Associazioni industriali e sindacali in grado di monitorare e verificare l’applicazione del modello. Lo scenario economico-aziendale potrà raggiungere, pertanto, una dimensione sempre più vasta, consentendo la conferma dell’esistenza di ulteriori “fattori della produzione” da aggiungersi ai classici – terra, lavoro e capitale – e cioè le risorse del pianeta, il welfare e la capacità imprenditoriale di non prescindere da essi nell’organizzazione dei processi.

Riorganizzare le priorità civili, regolamentare la visione della Sostenibilità a lungo termine, dotarci di una governance che orienti le politiche allo sviluppo sostenibile, sistemizzare e non disperdere, non far cadere i segnali evidenti di transizione verso un modello economico rigenerativo, circolare, sostenibile, queste le probabili sfide del prossimo futuro.

 English version

Fiera – Fai La Cosa Giusta

Il 9 marzo  AISEC ha partecipato alla fiera Fai La Cosa Giusta, evento organizzato dall’Università Cattolica di Milano, per parlare di Economia Circolare: https://falacosagiusta.org/programma-culturale/cosa-ri-circola-di-nuovo-dare-unaltra-possibilita-al-rifiuto-mediate-leconomia-circolare/

Molto positivo il fatto che  ad ascoltare ci fossero tanti giovani.

L’argomento ha suscitato grande interesse e dimostra quanto le nuove generazioni siano sensibili ai temi ambientali e della sostenibilità e quanto siano preoccupati per il loro  futuro e per quello del nostro Pianeta.

Dopo aver spiegato che cosa sia e come dovrebbe funzionare il modello Economico Circolare, ci siamo soffermati  anche ad evidenziare  quali siano al momento i limiti e le sfide che il modello dovrà affrontare come ad esempio: la creazione di nuovi posti di lavoro, la creazione di un mercato per le materie prime seconde che dovranno essere sicure e tracciabili, attraverso un sistema integrato per verificarne la provenienza,  l’abbassamento dei costi della sostenibilità ecc.

Il messaggio finale condiviso è stato quello di Albert  Einstein :“ Non possiamo risolvere i problemi con lo stesso tipo di pensiero che abbiamo usato quando li abbiamo creati”

Quindi diventa imprescindibile che tutti i portatori d’interesse si  impegnino velocemente affinché si possa  creare un nuovo paradigma economico  competitivo, responsabile, sostenibile che ci porti verso un nuovo benessere, meno condizionato da economia-finanza e più olistico, in cui l’uomo torni ad essere al centro della vita sociale, produttiva, tecnologica, asservendola alle proprie esigenze e non viceversa, con una grande attenzione verso l’ambiente riducendo drasticamente lo sfruttamento delle risorse del nostro Pianeta.

L’Impresa del Cambiamento: come passare dalla teoria alla pratica: 4 possibili ambiti

Si sono dette molte cose dell’Impresa in questi ultimi anni, attribuendole molto spesso ruoli che trascendono di molto la sua dimensione di luogo ove capitale, fattori di produzione – in primis – Lavoro e Materie Prime si incontrano intorno ad un’idea, una visione, un progetto ed insieme realizzano profitto, tale e tanto da rendere sostenibile la produzione e durare nel tempo, remunerando ciascun fattore, nel rispetto dell’ambiente e delle relazioni sociali. La mia definizione è semplificata e non tiene – volutamente – conto delle definizioni di Impresa ad essa attribuite nelle varie epoche a partire dalla prima rivoluzione industriale. In altre parole, se si vuole decifrare quell’immenso geroglifico che è l’attuale società industriale, occorre trovarne gli elementi di novità; quindi non rivolta morale contro il capitalismo ma sostegno a modelli economici che rilancino l’Impresa del Cambiamento.

Proviamo a mostrare quattro diversi ambiti ove il cambiamento può trovare terreno fertile: l’interazione dell’impresa con il mondo delle Start-up, la fertile collaborazione tra mondo del profit con quello del non-profit a beneficio delle comunità locali in ottica di Sostenibilità, la transizione verso il modello di Economia Circolare e l’uso di energia rinnovabile da filiera decentrata

Innovazione: partnership con Start-up

La Globalizzazione, la proliferazione di innovazioni tecnologiche e la concorrenza da parte delle agili Start-up stanno costringendo le grandi aziende a reinventarsi e a trovare idee innovative. Il motto è chiaro: “essere disruptive” –  altrimenti qualcun altro lo sarà! In questo contesto, assistiamo ad una fioritura di iniziative che legano l’Impresa alle start-up, per la creazione di prodotti ‘innovativi’, o talvolta alla trasformazione del proprio business dal prodotto al servizio.

Gli strumenti per innovare possono essere i più svariati. Alcuni esempi efficaci sono:

  • Il sourcing delle idee (concorrenza interna/esterna, “hackathons”, chiamate per i progetti, ecc).
  • Partenariati tra imprese e Università, centri di ricerca, ecc.
  • Corporate Venture Capital, divenuto un importante motore per l’innovazione.

Tuttavia, se i metodi sono noti, il successo della ricetta è il dosaggio degli ingredienti e soprattutto la capacità di condurre una dinamica di gruppo all’interno dell’azienda, la quale non sempre è pronta a ricevere il dinamismo di una start-up e ad abbattere il muro delle lungaggini decisionali e degli approcci conservativi al proprio interno.

Inoltre, sono ancora pochi i casi che mostrano con determinazione che le idee nate con tali strumenti abbiano davvero fatto la differenza. Al contrario, sono maggiori i casi di grandi e prestigiose aziende, alcune delle quali leader mondiali, che hanno interrotto tali processi in corso d’opera, a causa della mancanza di risultati. Già 25 anni fa, Geoffrey Moore, nel suo “Crossing the Chasm”, osservava che c’è sempre un divario tra la fase iniziale ricca di entusiasmo e di successi ed il tempo dell’implementazione che conduce all’inevitabile ridimensionamento. Prevalgono nelle imprese osservazioni del tipo: “il modello di business non è compatibile con i nostri KPIs”, “questo cannibalizzerà i nostri attuali mercati”, “è troppo complicato”, “è troppo costoso”, ecc.

Ma il trend sta, tuttavia, lentamente cambiando. Si potrebbero citare casi di eccellenza di incroci di business tra grande azienda e start-up, co-partecipazioni a gare internazionali, partnership su bandi europei in cui i finanziamenti vengono erogati per premiare l’Idea della start-up ma che ha dietro la volontà del grande gruppo ad investire sull’Idea. Il numero di questi casi cresce ogni anno. Secondo i dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano nel 2018 sono stati investiti 600 milioni di euro in startup italiane, rispetto al 2012 l’80% in più.

Innovazione: Partnership con ONG

Negli ultimi anni la spinta dell’Impresa alla creazione di valore condiviso ha reso ancora più evidente la necessità di efficaci forme di collaborazione tra soggetti diversi proprio con l’obiettivo di migliorare le condizioni economiche e sociali della comunità in cui l’Impresa implementa il proprio business.

Questo orientamento diventa ancora più necessario quando le imprese operano nei Paesi in Via di Sviluppo dove, perseguendo le loro finalità di apertura di nuovi mercati e di profitto, possono impattare positivamente sulla riduzione della povertà e sulla salvaguardia dell’Ambiente ed essere pertanto percepite dalle comunità e dalle istituzioni locali come agenti di sviluppo.

Lo sviluppo del settore privato basato sui principi della trasparenza, della libera concorrenza, del rispetto dei diritti umani, del lavoro dignitoso, della tutela dell’ambiente e dell’apertura internazionale, è un requisito essenziale per lo sviluppo sostenibile. L’High Level Forum sull’Efficacia dello Sviluppo (Busan 2011, Messico 2014) e l’Agenda for Change dell’Unione Europea (2011) hanno sancito il ruolo chiave del settore privato come propulsore dei processi di sviluppo sostenibile in partnership con il settore pubblico

A livello internazionale la nuova Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile definisce il settore privato come un attore centrale per il perseguimento dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs). L’High Level Political Forum on Sustainable Development (luglio 2016, New York), il principale foro globale per l’attuazione ed il monitoraggio dell’Agenda, ha posto grande enfasi sul più ampio coinvolgimento possibile, attraverso il modello delle partnership, della società civile e del settore privato.

In questo contesto lo sviluppo di progetti di cooperazione internazionale che prevedano la partnership tra imprese e organizzazioni non governative apre nuove e vantaggiose prospettive per tutti i soggetti interessati e conferisce all’Impresa il ruolo di “garante” economico, con la possibilità di entrare in nuovi mercati, di crescere nei Paesi in cui è già presente e di innovare la propria capacità di stare sul mercato.

Innovazione: soluzioni dal modello di economia circolare

In questo ambito le imprese devono essere incentivate a scambiarsi materie prime di fine ciclo produttivo, nella stessa industria o tra diverse attività produttive. Attualmente il business di materie prime seconde non ha impatti commerciali rilevanti e deve essere supportato da manovre fiscali che ne incoraggino lo sviluppo a scapito delle risorse in esaurimento.

In altre parole tassare le risorse come il carbone, il petrolio e altri minerali, promuovendo l’uso di pratiche di recupero e riciclo di quelle già estratte ed in circolo, potrebbe allontanare il mercato dal paradigma della crescita con uso intensivo delle risorse ed indirizzarlo verso tecnologie innovative nei settori delle energie rinnovabili, dell’acqua potabile, dei nuovi materiali e della gestione dei rifiuti.

Già nel 2009, l’economista Robert Shiller faceva notare nel suo libro “Animal Spirits”, come l’Impresa rappresenti un mezzo straordinario per il cambiamento ma è anche un veicolo privo di guida se non viene gestito in maniera adeguata. Per i governi ciò significa puntare su una trasformazione del sistema fiscale, che sposti con coraggio il carico della tassazione dai profitti all’uso delle risorse. E questo – lo ribadisco ogni volta che ne ho occasione – deve essere fatto con ottica sistemica di lungo periodo e ha poco a che fare con iniziative sporadiche talvolta filantropiche di qualche mente illuminata. Si devono invece coinvolgere le Imprese partendo dai processi industriali, dai piani strategici di investimento, dai piani commerciali, rendendo loro fattibile il cambio di passo verso il modello di economia circolare.

Nella nuova Legge di Bilancio, sebbene non ci sia ancora una pianificazione sistemica dell’implementazione del modello di economia circolare, sono presenti alcune norme che ci fanno ben sperare; al fine di incrementare il riciclaggio delle plastiche miste e degli scarti non pericolosi dei processi di produzione industriale e al fine di ridurre l’impatto ambientale degli imballaggi e il livello di rifiuti non riciclabili derivanti da materiali da imballaggio, viene accordato un credito d’imposta nella misura del 36% a tutte le imprese che acquistano prodotti in plastica realizzati con materiali provenienti dalla raccolta differenziata degli imballaggi in plastica ovvero che acquistano imballaggi biodegradabili e compostabili. Il credito è previsto per ciascuno degli anni 2019 e 2020 fino ad un importo massimo annuale di euro 20.000 per ciascun beneficiario.

Innovazione: il modello di incentivi all’abbattimento delle emissioni di CO2 attraverso energia rinnovabile da fonti non centralizzate

L’anno 2018 è stato ricco di dibattiti sul tema dell’innovazione industriale in materia di produzione di energia verde, La recente inchiesta pubblicata dalla “Breakthrough Energy Coalition”, fondazione composta dagli imprenditori più facoltosi della terra, Bill Gates incluso, è uno degli esempi più significativi di come siano maturi i tempi per abbandonare una visione colbertista/giacobina di capitalismo di stato che favorisce soluzioni centralizzate di produzione di energia per abbracciare forme di produzioni decentralizzate. Il santo graal per questa nuova politica energetica potrebbe essere la creazione di filiere industriali ed il sostegno alle tecnologie più innovative.

Oggi il limite più grande allo sviluppo di questa modalità di business non è determinato solo dalla mancanza di incentivi ma soprattutto dalla carenza di un vero sostegno alla sua commercializzazione. L’attuale modello di produzione energetica centralizzata rende necessari grandi investimenti per la costruzione e manutenzione delle reti di distribuzione e crea un forte potere di controllo da parte di pochi produttori sulla sicurezza e continuità di approvvigionamento energetico delle utenze mentre l’adozione di un modello di generazione distribuita realizzando su tutto il territorio piccoli impianti di produzione vicini ai consumatori, le cd smart grid, renderebbe sostenibile anche finanziariamente la produzione di energia verde.

Modelli innovativi, tesi a calmierare l’effetto serra, possono generare profitti considerevoli oltre che dare risposte immediate e durevoli alla lotta al cambiamento climatico.

In un rapporto uscito di recente, dedicato al mercato europeo delle emissioni, l’Ocse, ha specificatamente dichiarato come lo sviluppo di reti possa abbattere considerevolmente le emissioni di CO2.

Può essere utile ricordare che dal 2005, le aziende europee di qualche dimensione che operino nei settori dell’energia (come le centrali elettriche), dell’acciaio, del vetro, del cemento e della carta – attività in cui si produce molta anidride carbonica – non possono superare una determinata soglia nella quantità di Co2 che emettono i loro impianti. Se vanno al di sopra di certi valori di Co2 prodotta, devono acquistare (su un apposito mercato) analoga quantità di diritti quali forma di tassazione che spinge a ridurre le emissioni. E chi fornisce questi diritti? Le aziende degli stessi settori che riescono a restare sotto quella soglia e, per questo, acquisiscono un bonus che possono rivendere. E’ il più grande esperimento di controllo della Co2 esistente al mondo: coinvolge 14 mila impianti elettrici e fabbriche in 31 diversi paesi e abbraccia il 40 per cento delle emissioni totali della Ue.

Il modello rappresenta una buona pratica per il mondo intero ed è firmato UE. Per concludere, il grande tema rimasto in sospeso nel recente vertice Onu di Katowice è come riproporre a livello mondiale un mercato delle emissioni all’europea, forse la speranza più concreta di arrivare ad un taglio concreto e significativo della Co2, prima che sia troppo tardi.

Bioplastiche o plastiche degradabili, quale migliore soluzione per la economia circolare?

In un recente articolo di “The Guardian” (https://www.theguardian.com/international), viene affrontato il tema delle bio-plastiche e delle nuove plastiche bio-degradabili o compostabili e di come la diffusione di queste tipologie di materiali “eco-sostenibili” possa ingenerare confusione tra i consumatori.

 

 

 

 

 

 

Soprattutto per le nuove plastiche per imballaggio o per prodotti mono-uso, anche su sollecitazione dei lavori sulla Direttiva EU “Single-use Plastic”, si sta diffondendo l’uso di plastiche da materie prime vegetali. Queste posso essere considerate bio-degradabili e/o compostabili a determinate e definite condizioni. In Italia, a livello normativo, per questi prodotti è richiesta la certificazione UNI EN 13432, che testa i prodotti e la loro effettiva biodegradabilità alle condizioni definite (interramento di 6 mesi).

L’uso di queste plastiche per i sacchetti della spesa, in sostituzione di quelli di origine petrolifere, ad esempio, è certamente molto positiva. Esso consente di evitare la produzione di plastiche “petrolifere” e di riutilizzare i sacchetti per il conferimento dei propri rifiuti domestici, per raccolta urbana della cosiddetta FORSU.

Completamente diverso invece il caso della bio-plastiche generate da rifiuti, normalmente scarti alimentari o fibre vegetali. E’ questo il caso del progetto di ASCOM e IIT di Genova per la produzione di plastiche con un processo che parte dagli scarti vegetali del mercato ortofrutticolo. La convenienza economica di queste produzioni, tutte ancora in fase preliminare e sperimentale, risiede certamente nel fattore di scala, ovvero dalle quantità prodotte in un determinato contesto; queste sperimentazioni, soprattutto se in un’ottica di “filiera corta” sono molto interessanti dal punto di vista applicativo oltre che scientifico.

Anche qui si deve considerare un effetto positivo nella sostituzione della tecnologia “del petrolio” con materie prime e tecnologie che non ne necessitano. Ancora meglio se il processo riutilizza scarti o rifiuti dell’industria agro-alimentare; tuttavia occorre anche considerare il successivo smaltimento-recupero-riciclo anche di queste nuove plastiche, che sono normalmente definite come “bio”. Questo è il caso delle bio-plastiche della famiglia dei poliesteri termoplastici PHAS (polidrossialcanoati), prodotti in natura da particolari batteri; i polimeri PHA possono essere lavorati alla pari degli altri polimeri termoplastici e sono in genere biodegradabili. Inoltre possiedono una buon a stabilità allo stoccaggio e buona resistenza all’acqua e all’umidità. Altra caso è quello del PET (Polietilenetereftalato), ottenuto dalla canna da zucchero, detto anche bio-PET, che risulterà essere chimicamente identico al PET ottenuto dal petrolio e con gli stessi impatti ambientali a valle del suo uso.

La definizione di bio-plastica, oppure di bio-degradabilità e bio-compostabilità andrebbe fatta in un’ottica di “Ciclo di Vita” (LCA) del prodotto, tenendo conto delle condizioni reali di raccolta e trattamento post-consumo. Infatti, la bio-degradabilità o compostabilità dichiarate dal produttore sono proprietà riscontrabili solo a determinate condizioni specifiche e non sempre, come si potrebbe pensare. Molte plastiche definite bio-degradabili non sono, ad esempio, compostabili nel giardino di casa, lo stesso vale per la degradazione di una plastica bio-degradabile in mare, che può avvenire anche solo dopo alcuni anni.

In generale quindi la bio-plastica ottenuta da materiali organici o da scarti non è necessariamente bio-degradabile anche se riduce il fabbisogno di petrolio e anzi tende a sostituirlo con materie prime rinnovabili e più “naturali”[1].

Il proliferare di questi nuovi prodotti e della relativa comunicazione “ambientale” rischia quindi di provocare malintesi e confusione tra i consumatori sui concreti benefici per l’ambiente. Il lavoro di ricerca e gli investimenti in nuovi materiali più “sostenibili” sono certamente positivi per la “decarbonizzazione” dei ns. consumi, ma occorre chiarire meglio l’aspetto della bio-degradabilità post-consumo.

Il reale impatto sull’ambiente è invece dato dalla “circolarità” dei prodotti e delle materie prime e del loro riuso. Questo dovrebbe essere considerato in applicazione ad uno specifico contesto e non solamente con indicazioni “teoriche” o reperibili in letteratura. Occorre sempre più considerare quale sia la filiera POST-CONSUMO effettivamente disponibile per un determinato imballaggio o prodotto, nell’area in cui esso sarà verosimilmente dismesso e con le filiere effettivamente disponibili. Oltre naturalmente, impegnandosi per allungare la vita dei prodotti favorendone il ri-uso. La strada per l’Economia Circolare non è certamente una sfida semplice ma è la direzione in cui occorre spingere le proprie ricerche per migliorare le filiere di raccolta, recupero e riciclo effettivamente presenti. L’ideale, per una riduzione di altri impatti “indiretti” dal punto di vista ambientale è predisporre filiere locali o “corte” che possano trattare i materiali “post-consumo” possibilmente nello stesso territorio in cui sono stati usati.

Le applicazioni industriali e la ricerca scientifica devono continuare a sviluppare nuovi prodotti e nuovi modelli di consumo non senza però coinvolgere le filiere di recupero che sono a valle della raccolta e recupero dei prodotti. In questo senso è indispensabile mantenere una visione di “circolarità” che coinvolga tutti i più importanti produttori di beni di consumo, i designer, le amministrazioni locali e le filiere di recupero, in quanto principali attori in grado di impostare sistemi più efficienti. Anche i cittadini e i consumatori in genere hanno un ruolo attivo in questo processo attraverso la richiesta di una corretta informazione sull’origine e sul “fine vita” dei prodotti definiti genericamente “bio”.

Articolo di Luigi Maria Casale – Sostenibilità e Gestione di Sistemi

[1] “Bioplastica” e “plastica biodegradabile” non sono sinonimi. Un materiale bio non è automaticamente anche biodegradabile (*) Documento Wur “Bio-based and biodegradable plastics – facts and figures”

Il dopo-Morandi in un’ottica di Sostenibilità – di Eleonora Rizzuto

Affinché la tragedia del ponte Morandi non sia vana dobbiamo poter riflettere sui seguenti punti senza demagogie, senza dietrologie, nel rispetto ed in memoria delle vittime innocenti:
1. Il ponte doveva essere oggetto di riparazioni da molto tempo e chi è responsabile di negligenza dovrà risponderne nelle sedi opportune.
2. L’incuria nella manutenzione continua e definitiva è frutto di una mentalità becera per cui si è convinti che i problemi un giorno si risolveranno da qualcun altro in un’ottica di scarica barile. Mentre, al contrario, un problema che non si affronta nella misura urgente in cui si palesa (ed a dirlo è il Politecnico di Milano, l’eccellenza italiana riconosciuta tale nel mondo), può generare danni ben maggiori sia di tipo economico ma soprattutto in termini di vite umane come abbiamo visto purtroppo.
3. Dal punto di vista meramente economico si è mostrata una cecità imperdonabile per non aver compreso come la solidità del ponte Morandi condizionasse la sopravvivenza dell’equilibrio economico di una città, di un distretto industriale, di un’intera Regione.
4. Ciò non ha nulla a che fare con l’austerità, né con l’Europa ma riguarda esclusivamente il cattivo uso del debito pubblico che avrebbe dovuto finanziare infrastrutture e manutenzione dell’esistente e non attività “maquillage” di cui nessuno si ricorderà dopo la visione del crollo del Morandi.
5. In altre parole, abbiamo la tendenza ad occuparci troppo spesso dei soli flussi che degli stocks, a ciò che consumiamo più che al patrimonio. I primi generano profitto, i secondi sono visti come spesa. E l’attuale configurazione del PIL conferma il limite di questa visione: la produzione di flussi aumenta il PIL anche se per far ciò si deteriorano le infrastrutture e il patrimonio.
6. Se accettiamo di valutare I Paesi europei anche in funzione di come si protegge il patrimonio nell’interesse delle generazioni future, si nota che l’Italia si classifica agli ultimi posti perché le sue infrastrutture lasciano molto a desiderare e non solo ponti e viadotti (fonte Positive Planet).
7. La gran parte dei Paesi europei, che non sono poi così messi meglio dell’Italia in tale classifica, sono minacciati in egual misura. Occuparsi delle proprie infrastrutture, consolidare e rinforzare il cd patrimonio materiale ed immateriale del futuro, consolidare il patrimonio costruito dai nostri padri, è, dunque, una priorità.
8. Più in generale ciascuno di noi dovrebbe comportarsi in modo positivo e propositivo, se da una parte avanza l’ipotesi di una nazionalizzazione del servizio al pari di Germania e UK (con indubbi pro e contro), dall’altra non dobbiamo temere di proporre soluzioni differenti come pretendere da Autostrade l’obbligo di investire gli utili in Sicurezza e in Manutenzione con il controllo (forte e continuo, questo sì) da parte delle autorità pubbliche competenti. Ciascuno di noi dovrebbe mettersi al servizio delle generazioni future e non solamente dei propri figli o, peggio, di se stessi, ma occuparsi dei problemi in chiave di sostenibilità con una visione di medio e lungo periodo. La forma societaria può essere quella della BCorporation o Società benefit.
9. Vedremmo finalmente che occuparsi della manutenzione anche ordinaria e non solo straordinaria rivoluzionerebbe completamente il nostro modo di pensare. Finalmente un pensiero globale, inclusivo, generativo, di ampio respiro, non del pianto ex post ma del sorriso ex ante.

L’economia del 21esimo secolo? Ritornare ai principi della circolarità dell’Impero Romano

Qualche anno fa’ la nota rivista americana di divulgazione scientifica “olte risorse naturali messe a disposizione dal nostro pianeta. Come potrete già immaginare le previsioni e le stime proposte dal magazine non sono di certo molto confortanti. Infatti, basandosi sui ritmi attuali e future di sfruttamento ed inquinamento delle risorse naturali, principalmente causate da un modello di economia tradizionale insostenibile, i risultati mostrano come per alcune risorse l’esaurimento previsto è ben più vicino di quanto potessimo immaginare. Eccone di seguito alcuni esempi:

Indio: Esaurimento previsto 2028. L’ossido di indio è un conduttore a film sottile utilizzato per creare gli schermi per i telefonini, TV e computer

Argento: Esaurimento previsto per il 2029. Agli attuali livelli di consumo, gli restano circa 19 anni di vita ma se riciclato, il suo utilizzo può protrarsi ancora per qualche decennio

Oro: Esaurimento previsto per il 2030.

Rame: Esaurimento previsto per il 2044. l rame è utilizzato in quasi tutte le componenti delle infrastrutture: dai tubi alle apparecchiature elettriche. Il quantitativo delle riserve note al momento è pari a 540 milioni di tonnellate ma recenti lavori geologici in Sud America indicano che ci potrebbero essere ulteriori 1,3 miliardi di tonnellate di rame nascosti nelle montagne delle Ande. Insomma, almeno un altro trentennio lo abbiamo garantito.

Petrolio: Esaurimento previsto per il 2050.

Carbone: Esaurimento previsto per il 2072.

 

Per esaurimento la prestigiosa rivista non solo intende la fine fisica della risorsa naturale ma anche e soprattutto la progressiva difficoltà di estrazione e scoperta di nuovi giacimenti. In un pianeta dove le risorse naturali e le materie prime si trovano in quantità sempre più limitate poiché non rinnovabili, la loro estrazione e reperibilità diventa man mano sempre più difficile e costosa sia per l’ambiente che per la società e l’economia. Queste stesse risorse sono sempre più sotto pressione a causa di diversi fattori tra cui:

  • Crescita esponenziale della popolazione mondiale
  • Aumento della domanda e consumo delle risorse precedentemente elencate
  • Aumento delle diseguaglianze nelle nazioni meno ricche

Secondo l’OCSE, la classe media globale raddoppierà entro il 2030, comportando non solo un aumento dei consumi ma anche dei rifiuti. Per ovviare a questa situazione alquanto critica saremo sempre più obbligati a ripensare al nostro sistema economico, al nostro modo di produrre e di consumare ed al nostro modo di vivere e pensare. Quindi la domanda sorge spontanea: Cosa possiamo fare?

Si tramanda che durante l’impero romano venivano utilizzate numerose espressioni e termini quali  Senatus Populus Que Romanus” o Roma Caput Mundi” tra le più famose, ed alcune forse meno altisonanti ma allo stesso tempo importanti come la parola Circularis (in italiano Circolare)Tale parola veniva usata dai romani per descrivere la forma del sole, della luna piena e il pancione delle mogli in cinte. Veniva anche utilizzata per esempio dai comandanti nelle strategie di guerra per spiegare alle proprie truppe di formare un cerchio intorno all’esercito nemico per poi sferrare il feroce attacco. Ma soprattutto il termine “circolare” veniva usato dai filosofi romani per descrivere il significato celato dietro a ciò che veniva osservato in natura: Essi infatti, per spiegare i numerosi fenomeni naturali (come la nascita e la morte di una pianta o la successione delle stagioni), introdussero il concetto di “Circolo della vita” riferendosi all’idea che tutto ciò che nasce alla fine muore per poi poter rinascere nella stessa forma e condizione in una sequenza continua che sembra non avere mai fine.

Questa visione circolare sviluppata dai nostri antenati fu alterata e completamente stravolta dalla Rivoluzione Industriale, reo della creazione di un tipo di economia, oggi definita “lineare”, la quale, seguendo il modello dell’ “estrai, produci, consumi e getta” è riuscita a plasmare il nostro modo di produrre, consumare e pensare. Se da una parte questo modello economico ha consentito una rapida crescita e prosperità, dall’altra ha creato vaste conseguenze sia sul piano ambientale che sociale: dai cambiamenti climatici, alla perdita di biodiversità, dalla crescente pressione sulle risorse naturali fino alle più grandi crisi finanziarie causate principalmente dalla volatilità dei prezzi ed accessibilità di numerose risorse naturali.

 

Oggi, globalmente, consumiamo risorse e generiamo rifiuti come se avessimo a disposizione non un solo pianeta, ma più di un pianeta e mezzo. Questo ha comportato una forte crescita della domanda di risorse naturali finite, evidenziando così dei significativi limiti dell’economia lineare. Se a questo aggiungiamo che il 60% degli scarti in Europa finisce nelle discariche o negli inceneritori (purtroppo solo il 40% viene riciclato o riutilizzato), che mediamente un auto in Europa resta parcheggiata per il 92% del tempo, che il 31% dei generi alimentari vengono sprecati lungo la catena produttiva e che gli uffici vengono utilizzati solamente il 35-50% del tempo capiamo come tale sistema non solo risulta essere inefficiente sotto tutti i punti di vista ma anche altamente costoso a livello sociale. Prendendo l’Europa come esempio, l’economia lineare ci costa un totale di 7.200 miliardi di euro l’anno diviso in:

1.800 miliardi di euro dovuti ai costi effettivi delle risorse utilizzate, consumate e gettate

3,400 miliardi di euro dovuti alle spese legate alle inefficienze sostenute da famiglie e governi

2,000 miliardi d euro dovuti a tutti gli impatti ed esternalità legate ad esempio al trasporto, all’inquinamento atmosferico, alla perdita di biodiversità etc.

Da questi limiti e costi, quindi, emerge la necessita di ritornare alle tradizioni, un po’ come ai tempi dei saggi antichi romani, ed instaurare un modello economico che sia completamente diverso e che possa dare risposte concrete e soluzioni a tali problematiche.  Il percorso che si dovrà sempre più seguire è quello dell’ Economia Circolare. Tale sistema economico di produzione e scambio mira, lungo tutti gli stadi del ciclo di vita del prodotto, ad aumentare l’efficienza dell’utilizzazione delle risorse andando a diminuire l’impatto ambientale e sviluppando allo stesso tempo il benessere sociale e delle imprese.

Questo significa che l’economia circolare propone il superamento del modello lineare prendendo in conto il flusso materiale nel ciclo di produzione e consumo con un utilizzo razionale delle risorse naturali col fine di garantire uno sviluppo sostenibile nel tempo. Molti interpretano erroneamente il concetto di economia circolare come se fosse un semplice sistema di gestione e riciclo dei rifiuti: nonostante questo aspetto sia considerato ed affrontato, nella realtà tale modello risulta essere più complesso, prevedendo non tanto di “fare di più con meno” ma, piuttosto, di fare di più con ciò di cui già disponiamo.

Tale modo di pensare è anche raccolto ed espresso nei 6 principi dell’economia circolare che possono essere cosi riassunti:

  • Utilizzare fonti energetiche rinnovabili
  • Minimizzare, tracciare ed eliminare l’uso di sostanze dannose per l’ambiente
  • Ridurre quanto più possibile il prelievo di risorse/materie vergini dai diversi ecosistemi e ridurre la produzione di rifiuti e sprechi
  • Facilitare il riuso, la riconversione, la rigenerazione dei prodotti e dei materiali al loro interno
  • Nuovi modelli di investimento e gestione finanziaria e ricostruzione del capitale naturale, umano e sociale
  • Modifiche dei comportamenti individuali verso pratiche più sostenibili

Perseguire i principi dell’economia circolare rappresenta una grandissima opportunità per creare nuovi modelli d’impresa. Per valutare le possibili soluzioni percorribili sarà necessario passare da una logica di approccio lineare ad uno circolare mettendo talvolta in discussione i modelli di business sino ad oggi perseguiti e confrontandosi con le nuove richieste di mercato.

In questo modello che pone la sostenibilità al centro del sistema in cui i prodotti di scarto ed i rifiuti non esistono o sono minimi e nel quale le risorse vengono costantemente riutilizzate cercando di mantenere lo stesso valore iniziale, si genererebbero per l’economia del vecchio continente un risparmio in termini di costi di produzione ed utilizzo delle risorse di base pari a 1,800 miliardi di euro l’anno. Questo si tradurrebbe tra l’altro in una crescita del PIL fino a 7 punti percentuali con importanti conseguenze sui livelli di occupazione ed un aumento del reddito disponibile per le famiglie europee dell’11% rispetto allo sviluppo attuale.  Infine si stima che in Europa grazie alle nuove tecnologie, innovazioni e materiali disponibili l’economia circolare sarebbe in grado di aumentare fino al 3% la produttività delle risorse ad oggi utilizzate.

Non ultimo l’implementazione dell’economia circolare comporta anche una ridefinizione, sul piano concettuale, di un nuovo modello di sviluppo che va oltre il concetto del “PIL” ovvero basato unicamente su una crescita quantitativa, ma che si focalizza e punta sempre di più a quella qualitativa. L’approccio sistemico ed olistico dell’economia circolare comporta anche la riconsiderazione del concetto di crescita che deve essere:

1) Intelligente, mediante lo sviluppo di un’economia basato sulla conoscenza, la ricerca e l’innovazione

2) Sostenibile, ovvero più efficiente nell’uso delle risorse, più “verde e più competitiva

3) Inclusiva, ovvero che promuova politiche per l’occupazione e la riduzione della povertà.

Le numerose pubblicazioni, ricerche e sondaggi mostrano come sia sempre più necessario ed auspicabile questa transizione dall’economia lineare a quella circolare.  Segnali incoraggianti di tale passaggio si stanno già delineando sia nel settore pubblico che quello privato anche se maggiore collaborazione fra i diversi stakeholders sarà richiesta in futuro per oliare ed avviare il motore della nuova economia del 21esimo secolo

Pubblicato il Primo Position Paper sul Goal 12 presentato alla Camera di Commercio di Taranto lo scorso 29 Maggio

Nell’ambito della seconda edizione del Festival dello Sviluppo Sostenibile, AISEC co-coordinatore del Goal 12, ha organizzato insieme a NeXt Nuova Economia per Tutti ed ASviS, una giornata dedicata interamente ai temi della produzione e del consumo responsabile. Un evento importante all’interno dei 17 giorni di Festival 2018 che ha visto la partecipazione di molti esponenti del mondo produttivo, del consumo e del risparmio, a testimoniare quanto il nodo della sostenibilità nelle scelte collettive ed individuali di aziende e cittadini sia cruciale per il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030. L’evento di Taranto è stato organizzato in due parti:

La mattina di carattere più istituzionale, nella quale il Gruppo di Lavoro del Goal 12 (GDL), di cui noi facciamo parte, ha presentato il primo position paper italiano sul Goal 12 con lo scopo di creare un quadro di riferimento condiviso sui temi della Finanza, Produzione e Consumo Responsabile. I tre temi affrontati durante l’evento, attraverso la realizzazione di tre tavole rotonde, sono stati discussi dagli esperti presenti e provenienti dal mondo dell’impresa, delle Istituzioni, dell’ Università e del Terzo Settore. Non solo si è partiti dal conferire una definizione univoca e condivisa della declinazione “responsabile” di finanza, produzione e consumo, ma gli invitati sono stati anche chiamati a confrontarsi sulle normative ed esperienze più significative già presenti sul nostro territorio fino a giungere a delineare delle proposte di sviluppo sostenibile per le Istituzioni locali.

Il pomeriggio invece si è passati ad una fase più pratica e partecipativa, che ha visto non solo l’organizzazione del primo Hackathon per lo Sviluppo Sostenibile presso l’Università Aldo Moro di Bari dedicata ai giovani studenti pugliesi, ma anche ad una continuazione dei tavoli di lavoro, per quanto riguarda il GdL Goal 12, con lo scopo di sviluppare delle concrete proposte (per ogni singola tematica: finanza, produzione e consumo responsabile) da realizzare entro il prossimo Festival di Sviluppo Sostenibile che sarà organizzato nel 2019.

Il Position Paper fornisce quindi un quadro di riferimento condiviso sui temi della Finanza, Produzione e Consumo Responsabile, partendo da una sintesi di normative ed esperienze per giungere a formulare proposte operative per il contesto italiano. Una “guida” in continuo aggiornamento per enti finanziari, imprese, organizzazioni e cittadini per declinare i target presenti nel Goal 12 con un linguaggio e delle strategie comuni, evidenziando le aree di priorità e le scelte operative e di comunicazione delle organizzazioni componenti del GDL del Goal 12 di ASVIS.

Per leggere ed accedere al Position Paper sul Goal12, basta accedere al link condiviso qui sotto:

Position Paper Goal 12(1)

Buona lettura!

Ci piacerebbe ricevere un tuo feedback. Facci sapere cosa ne pensi scrivendo a michael.ceruti8@gmail.com

 


Il Mercato Ortofrutticolo di Genova diventa nuovo socio AISEC!

È con immenso piacere che diamo il benvenuto alla nostra rete di soci al Mercato Ortofrutticolo di Genova (Società Gestione Mercato – SGM). Questa partnership assieme a quelle consolidate con la Camera di Commercio di Genova ed ASCOM Confcommercio Genova non mostra solamente l’impegno del Capoluogo Ligure e dei suoi cittadini nei confronti dell’economia circolare ma anche come il nostro lavoro di supporto in loco diventi sempre più importante e significativo.

La Società Gestione Mercato ha da sempre avuto una particolare attenzione verso l’economia circolare: infatti è da annoverare, tra i numerosi esempi virtuosi, la presentazione del progetto per la realizzazione di bioplastiche dagli scarti dell’ortofrutta. Tale iniziativa, promossa insieme all’Istituto Italiano di Tecnologia e ASCOM Confcommercio, con la collaborazione del Comune di Genova e della Camera di Commercio di Genova, punta non solo a ridurre la produzione di rifiuti tramite l’eco-innovazione, con la conseguente diminuzione degli impatti ambientali, ma anche a generare del vero valore economico-sociale locale con la nascità di nuove imprese e posti di lavoro.

Con l’auspicio di creare una prospera e duratura collaborazione insieme nell’implementazione pratica dei principi dell’economia circolare, auguriamo a tutti gli attori un buon lavoro.

Dall’Economia Lineare all’Economia Circolare: tutto pronto per il primo corso di formazione sull’Economia Circolare.

Sei un manager di un’ azienda e sei interessato a mettere in pratica i principi dell’economia circolare all’interno del tuo team/dipartimento?

Sei un imprenditore che vuole approfondire le opportunità, i benefici e le criticità di una transizione da un sistema produttivo lineare ad uno circolare della propria azienda?

O semplicemente sei un libero professionista che vuole accrescere la propria conoscenza sulle certificazioni ambientali e sulle normative italiane ed europee legate all’economia circolare?

Se si, allora questo corso fà per te. Un’ idea nata dalla collaborazione tra AISEC, la prima realtà in Italia che promuove l’adozione di modelli di produzione circolare, e Bureau Veritas Italia, anch’essa da tempo fortemente impegnata nella diffusione della cultura e di buone pratiche di economica circolare. Da qui nasce il nostro primo corso di formazione sull’ Economia Circolare dal titolo: “Dall’ Economia Lineare all’Economia Circolare: Chiudere il Cerchio per un Economia Sostenibile“.

Recenti studi mostrano come solo il 9.1% dell’economia mondiale sia circolare provocando quello che gli esperti chiamano “Circularity Gap”. Nel modello lineare attualmente in uso, le materie prime sono estratte dalla natura sempre più velocemente e utilizzate per produrre beni e servizi che vengono consumati e alla fine eliminati come rifiuti. In un mondo dalle risorse finite, tale modello lineare, che pure ha permesso un progresso accelerato del benessere di una gran parte dell’umanità, si sta rivelando insostenibile, inefficiente e costoso per il pianeta, la società, le imprese.  L’economia circolare propone il superamento del modello lineare con il più lungimirante modello circolare, basato sulle tre “R”: ridurre (l’uso di materie prime e l’impatto ambientale della produzione), riusare (allungando il ciclo di vita dei beni) e riciclare (gli scarti non riutilizzabili). Essa replicando i cicli naturali, ambisce a mantenere i prodotti, i componenti e i materiali al loro più alto contenuto di valore in ogni stadio del loro ciclo di vita. L’economia circolare può creare un nuovo modello di sviluppo: rigenerativo e proficuo.

Alla luce della crisi economica, ambientale e sociale di oggi, stiamo osservando come il sistema produttivo stia intraprendendo una profonda trasformazione, passando da un sistema lineare ad uno sempre più circolare. Da ciò abbiamo sentito l’esigenza di proporre ad aziende e liberi professionisti, un programma di formazione con il fine di preparare i presenti e futuri attori economici italiani ad affrontare tale transizione senza problemi. Al termine del corso verrà rilasciato un attestato di frequenza Bureau Veritas in formato elettronico.

I primi corsi di formazione saranno organizzati nei seguenti giorni e luoghi:

  • 16 Luglio a Genova
  • 10 Settembre a Padova
  • 19 Novembre a Bologna
  • 24 Ottobre a Milano
Per ricevere maggiori informazioni sull programma, sui contenuti ed sulle iscrizioni consultate la locandina qui sotto o contattateci agli indirizzi email: (michael.ceruti8@gmail.com / info@aisec-economiacircolare.org)
Infine potrete seguite tutti gli aggiornamenti inerenti al corso attraverso i nostri canali social media (Facebook, LinkedIn e Twitter).

L’Economia Circolare può cambiare il processo produttivo. Come? Ce lo spiega il nostro Presidente in questa intervista al Goal 12 di Taranto.

“La sostenibilità conviene alle imprese e l’instaurarsi di una produzione responsabile e circolare oggi, permette in Itala un terzo di riduzione sull’impatto ambientale

Questo è solamente uno dei numerosi messaggi espressi durante l’evento nazionale di ASviS sul Goal 12 svoltasi a Taranto lo scorso 29 Maggio. AISEC insieme a NeXt Nuova Economia per Tutti ed ASviS, è stato coordinatore di tale evento che ha visto la sponsorizzazione e partecipazione attiva di Carlsberg Italia. L’evento ospitato dalla Camera di Commercio di Taranto è stato un importante momento di formazione, networking e riflessione trasversale. Hanno risposto all’appuntamento numerosi imprenditori, docenti universitari, responsabili delle Istituzioni e studenti pronti a confrontarsi e parlare di nuovi modelli di finanza, produzione e consumo responsabili.

La Tavola Rotonda sulla “Produzione Responsabile” è stata moderata dal nostro Presidente Eleonora Rizzuto, che non solo ha coordinato i numerosi interventi da parte degli esperti ma ha anche portato all’attenzione il modello imposto dall’Economia Circolare. Al termine dell’evento la Dottoressa è stata intervistata dal Telegiornale TRMH24  alla quale ha risposto diverse domande sull’importanza dell’Economia Circolare a livello territoriale.

Quello che è emerso, sono le concrete possibilità ed opportunità che un modello sostenibile e circolare possa generare a livello industriale, ovvero in grado di creare una rete territoriale e di coinvolgere diversi stakeholders. Sotto questo aspetto quindi, l’economia circolare può proporre soluzioni innovative ed efficaci per le presenti problematiche territoriali. La messa in rete di conoscenze, di competenze e di lavoratori permette lo sviluppo di un modello circolare oggi quasi sconosciuto in molti territori italiani ma già presenti ed avviati in alcuni.

La Dottoressa Eleonora Rizzuto inoltre aggiunge come “Il Sud e la Puglia in particolare, rappresentano una grande possibilità di resilienza in questo settore e tali territori rappresentano un laboratorio a cielo aperto, un’officina vivace e reale dove possono scaturire numerose opportunità nell’immediato. La volontà è considerata la chiave di svolta per la diffusione e sviluppo di nuovi modelli di produzione, consumo e finanza responsabile e, grazie all’impatto rivoluzionario dell’Economia Circolare, cambiare oggi il processo produttivo diventa sempre più una realtà piuttosto che un’utopia”.

Segui l’intervista integrale del nostro Presidente nel video qui sotto e segui tutti gli aggiornamenti e articoli riguardanti l’Economia Circolare sui nostri canali social media (Twitter, LinkedIn e Facebook).

Programma Europeo Urban Innovative Action-Aquila 2017.

Di Michael Ceruti

Si è concluso con successo il workshop tenuto dal 6 all’8 Marzo a l’Aquila e finalizzato all’identificazione e definizione di un progetto innovativo nell’ambito dell’Economia Circolare. L’iniziativa lanciata dal Comune dell’Aquila,  e supportata dalla Scuola di Management non-profit  ASVI Social Change, ha come obiettivo quello di rafforzare il tessuto socio-produttivo della città in linea con l’opportunità di finanziamento del programma europeo Urban Innovative Action (UIA). Alla manifestazione di interesse lanciata dal Comune dell’Aquila  hanno aderito 33 tra pubbliche amministrazioni, associazioni e società di settore che hanno partecipato attivamente ai lavori del workshop dando il proprio contributo nello sviluppare idee innovative e sostenibili.

AISEC ha  risposto all’invito in linea con la sua missione di promuovere e sviluppare progetti fondati sull’economia circolare, che risulti inclusiva e sostenibile ed ha partecipato ai lavori con Egidio Bernini e Michael Ceruti. Gli organizzatori, le istituzioni e tutti gli stakeholders si sono dati appuntamento il 6 Marzo al Palazzo Fibbioni, sede del comune dell’Aquila. Dopo le presentazioni ed il saluto di benvenuto ufficiale da parte dell’Amministrazione Comunale, AISEC ha introdotto ai presenti i principi dell’economia circolare spiegando come il passare da un economia lineare ad una circolare sia un aspetto cruciale se si ha come obiettivo quello di minimizzare gli impatti negativi sull’ambiente, sulla società e sull’economia. AISEC ha inoltre sottolineato come ci sia il bisogno di enormi sforzi nel superare la concezione dell’economia lineare, così fortemente radicata in noi, per ridurre non solo l’estrazione ed il consumo delle risorse naturali sempre più scarse, ma anche nel proporre una nuova visione del rifiuto che dovrebbe essere considerato non più come uno scarto ma piuttosto come un’opportunità nel generare benefici.

Sotto la guida dell’Ing. Alessio di Carlo coadiuvato da alcuni giovani corsisti del Master Internazionale Project Management for International Cooperation, le giornate si sono strutturate in fasi alterne, passando da sessioni di gruppo composti da 5-7 persone ciascuno, a sessioni in plenaria. Il primo giorno si conclude identificando i problemi, le carenze e le molteplici difficoltà che si sono create in seguito al terremoto, ma si è anche discusso sulle potenziali soluzioni e strategie necessarie per far ripartire il tessuto socio-produttivo aquilano.

Il secondo giorno il workshop si è trasferito dal palazzo Fibbioni alla sede della Confederazione Nazionale dell’Artigianato (CNA). Dopo aver riassunto i messaggi chiave discussi nel primo giorno ed aver accorpato le numerose tematiche sotto 5 macroaree, si è passati alla formazione di nuovi gruppi di lavoro, uno per ciascuna delle cinque macroaree identificate: Investimenti, spazio urbano, piattaforma e comunità, piccola e media impresa e governance. Per ogni macroarea si richiedeva ai partecipanti, coadiuvati da facilitatori, di identificare e discutere almeno 3 argomenti innovativi connessi alla tematica dell’economia circolare.

I risultati sono stati finalizzati nel terzo giorno, dove ciascun facilitatore ha illustrato gli argomenti trattati nel proprio gruppo assieme alle diverse idee sviluppate. Per concludere il workshop l’Ing. Di Carlo,  ha raggruppato le proposte e ha tracciato una bozza di progetto che, nelle prossime  settimane verrà finalizzato, formalizzato e presentato prima del 14 di Aprile, data di scadenza del bando europeo.

I saluti ed i ringraziamenti da parte dell’Amministrazione Comunale concludono tre giorni intensi di workshop con la speranza e l’augurio che il lavoro partecipativo di tutti gli stakeholders si traduca nella presentazione di un progetto che ottenga il finanziamento e sia implementato con successo e raggiunga il suo obbiettivo di migliorare il tessuto socio-economico della città.

Per maggiori informazioni sul workshop è possibile consultare il report del Comune dell’Aquila cliccando il seguente link: http://www.comune.laquila.gov.it/pagina1640_programma-uia.html

RIFIUTI ZERO? Sì, in una economia circolare, etica e socialmente responsabile

Di Guido Mosca

Lo scorso 22 febbraio a Mestre (VE) si è tenuta la conferenza dal titolo “RIFIUTI ZERO? Sì, in una economia circolare, etica e socialmente responsabile”, organizzata da ArcSOS (Archivi della Sostenibilità dell’Università Ca’ Foscari di Venezia) in collaborazione con la Fondazione Università Ca’ Foscari.

Introducendo l’argomento, il prof. Giorgio Conti ha inquadrato il tema dei rifiuti e dell’economia circolare nell’ampio spettro di tematiche che hanno contraddistinto negli ultimi anni le iniziative di ArcSOS, sempre caratterizzate da una grande attenzione ai temi della tutela ambientale, e ha poi ricordato come il rapporto tra i rifiuti e le società che li producono abbia da lungo tempo richiamato l’attenzione, oltre che della politica, anche di rilevanti esponenti del mondo della cultura e dell’arte: dall’artista italiano Michelangelo Pistoletto, che realizzò già nel 1967 la “Venere degli stracci” ponendo l’attenzione al tema dei rifiuti e del consumismo, al regista Pier Paolo Pasolini col suo progetto incompiuto di un film dal titolo “Appunti per un romanzo sull’immondizia” (inizio anni ’70), di cui sono state ritrovate le pellicole, all’artista e pensatore tedesco Joseph Beuys che propugna un mondo in equilibrio con la natura, citando infine l’impegno e il pensiero di Alexander Langer, politico ambientalista altoatesino che invocava la necessità di una “conversione ecologica” (1994), e di Gunter Pauli, economista e scrittore belga che nel 2010 pubblica il libro “The Blue Economy” con l’intento di stimolare il mondo delle imprese a migliorare drasticamente i propri standard di sostenibilità.

L’intervento del prof. Guido Viale, sociologo e autore di numerosi testi in cui ha affrontato il tema dei rifiuti, fra cui citiamo “Azzerare i rifiuti – Vecchie e nuove soluzioni per una produzione e un consumo sostenibili” (2008) e “La civiltà del riuso – Riparare, riutilizzare, ridurre” (2010), ha ricordato come i rifiuti costituiscano purtroppo una componente essenziale dell’attuale modello di produzione e di consumo. Molto spesso l’auspicio delle imprese è proprio quello che il loro prodotto diventi il prima possibile un rifiuto per essere sostituito da un prodotto nuovo (si pensi a tutti i prodotti usa e getta). E in realtà un volume considerevole delle cose che noi acquistiamo quotidianamente, rappresentato dagli imballaggi, finisce nei vari contenitori dei rifiuti poco dopo essere entrati in casa nostra, avendo esaurito il loro compito. Questo fenomeno è stato esaltato dal dilagare del modello di vendita basato sulla Grande Distribuzione Organizzata (GDO).Il cambiamento auspicabile di questo modello verso un modello di economia circolare ha bisogno del coinvolgimento e dell’impegno diretto della cittadinanza (in primis di noi consumatori) in vari momenti. Il primo è il momento dell’acquisto in cui deve avvenire una modifica dei comportamenti di consumo in senso più responsabile e sostenibile. Il secondo momento è quello della separazione (differenziazione) dei materiali di scarto (rifiuti) che deve avvenire nel modo più rigoroso possibile tanto a livello industriale (produttivo) quanto a livello domestico. In terzo luogo Viale fa notare che non può esistere un’economia circolare senza una cultura della riparazione dei beni, e dunque della volontà di far durare i prodotti il più a lungo possibile attraverso la manutenzione e la riparazione. Questo implica la necessità di formare e incentivare le professioni dei riparatori nonché rimuovere a monte gli ostacoli alla possibilità di riparare i beni acquistati (ad esempio lottando contro la cosiddetta obsolescenza programmata praticata da molti produttori o la progettazione di beni di durata limitata). Stiamo parlando quindi della necessità di un nuovo paradigma produttivo.

In seguito sono intervenuti Silvia Lombardo e Tommy Meduri che hanno illustrato più nel dettaglio i fondamenti dell’economia circolare, mostrando anche un breve video illustrativo realizzato dalla Ellen MacArthur Foundation. Si sono soffermati sulla illustrazione di alcuni esempi di buone pratiche di economia circolare mostrando come sia necessario per il mondo delle imprese rivedere il proprio modello di business e il loro approccio non solo verso il proprio interno ma anche (e forse soprattutto) verso l’esterno ricercando quelle sinergie fra diversi settori produttivi che tradizionalmente non venivano invece considerati come interessanti. Uno dei settori su cui la sperimentazione del modello circolare ha dato ottimi risultati è quello vitivinicolo e i risultati di un progetto, promosso e realizzato da ArcSOS, sono stati presentati lo scorso novembre a Rimini nell’ambito della fiera Ecomondo. In sostanza si è intervenuti su tutti i passaggi della filiera produttiva del vino trovando i possibili legami con altre filiere (dalla industria cosmetica alle distillerie, ai produttori di compost e poi all’industria del vetro, della carta e del sughero).

E proprio sul tema del recupero dei tappi di sughero si è incentrata la testimonianza di Roberta Masat che ha raccontato la sua esperienza, realizzata in collaborazione con la società Amorim Cork, per il recupero dei tappi di sughero, materiale nobile e pregiato, e che ha dato vita all’iniziativa denominata “TappoDiVino” nata come spin off di ETICO, progetto realizzato appunto da Amorim Cork, con l’obiettivo di sottrarre all’immondizia tonnellate di questo materiale, restituire valore economico al sughero attraverso il suo riutilizzo, per esempio nel settore edilizio, e, non ultimo per importanza, educare i cittadini a non sprecare risorse, attraverso il coinvolgimento a titolo volontario di scuole, istituzioni pubbliche e private e numerosissime persone. Il tutto generando anche delle risorse per finanziare importanti progetti di solidarietà gestiti da organismi Onlus sul territorio.

Padova, 23 febbraio 2017

L’Economia Circolare: nuova frontiera per la Responsabilità Sociale d’Impresa

di Eleonora Rizzuto

La responsabilità sociale di impresa (Corporate social responsibility – Csr) è quel comportamento responsabile che l’impresa mostra verso i suoi stakeholder, ovvero verso soggetti, individuali o collettivi, portatori di interessi verso l’impresa con i quali quest’ultima interagisce direttamente o indirettamente: lavoratori, fornitori, consumatori, istituzioni, pubblica amministrazione, sindacati, tutti attori del territorio e dell’ambiente di riferimento.

Secondo questo approccio, un’impresa è socialmente responsabile se e quando agisce in modo da coniugare i propri interessi e quelli di tutte le parti interessate o legate ad essa. Il comportamento socialmente responsabile di un’impresa, dunque, si riverbera in primis nel rispetto delle norme e regole relative alla dimensione del lavoro, all’ambiente e della sua sostenibilità, al rapporto clienti-fornitori, alle strategie di gestione d’impresa, al rapporto con i lavoratori e con i consumatori. Ma può andare anche oltre talvolta. Spesso la CSR può rappresentare una leva importante di rinnovamento e di innovazione anche tecnologica, quando essa coniuga processi e modalità che intaccano direttamente le produzioni.Ma in che modo si concretizza tutto questo?

La sfida per la costruzione di “un’altra economia” attribuisce alle imprese un ruolo di attore sociale inedito quanto fondamentale per poter creare nuovi valori accanto a quello economico.

La transizione verso un nuovo modello industriale è già partita e molto sta cambiando all’interno delle imprese: anche chi fino a qualche anno fa assisteva un po’ scettico al cambiamento, oggi non la pensa più così. I consumatori stessi chiedono prodotti ove sia chiara la tracciabilità e quindi vogliono conoscere se l’azienda che produce rispetti l’ambiente e non impieghi manodopera in nero.  Quando molti di noi più dieci anni fa hanno lasciato i rispettivi lavori investendo pioneristicamente nello sviluppo sostenibile, si aveva di fronte una strada solo in salita e molto ripida. Parafrasando il linguaggio calcistico, si aveva l’impressione di giocare sempre partite diverse, sempre fuori casa e senza arbitro. La sostenibilità sociale ed ambientale ha in sé elementi importanti che conducono a sedare i conflitti, a costipare la forza detonatrice degli interessi contrapposti, passando attraverso un nuovo modo di tessere le relazioni tra datore di lavoro e lavoratore, tra impresa produttrice e acquirente-cliente, tra impresa che consuma materie prime e le re-immette in circolo attraverso il riciclo e così via. Si torna a dialogare su piattaforme comuni, in grado di aggregare e non di dividere. In gioco c’è la stessa sopravvivenza dell’intero Eco-Sistema ambientale e sociale. Il profitto può essere re-investito in Sostenibilità e ciò, per la prima volta, a beneficio di tutti gli attori; al contrario, la compresenza di interessi contrapposti è fondamentale per garantire il pieno equilibrio dei tre ambiti in cui la Sostenibilità si sostanzia: la sostenibilità economica, sociale ed ambientale.

Se si vuole affrontare la transizione della CSR verso un modello concreto di sviluppo sostenibile, non si può non citare l’economia circolare anche come fattore di crescita della domanda di lavoro.

La definizione di “economia circolare” ha fatto la sua prima comparsa a metà degli anni ’70 all’interno di un rapporto presentato alla Commissione europea. Il concetto che sta alla base e che segna un distacco netto dalle dinamiche dell’economia tradizionale è la non linearità dei processi che assumono quindi una dimensione “rigenerativa”, in assoluta identità con i cicli di vita biologici presenti in natura in grado di recuperare materia viva anche a fine vita. Tale modello si è diffuso molto a livello mondiale entrando, di fatto, nelle politiche di sviluppo di molti Paesi, dando anche vita ad azioni preventive come la progettazione dei prodotti di consumo in modo da renderli più idonei al disassemblaggio e al recupero di materiale.

La crescente consapevolezza dei gravi danni causati dalle attività umane all’ecosistema del nostro pianeta e la presa di coscienza della necessità di assumere come fondativi elementi quali la difesa dell’ambiente naturale e della biodiversità e la tutela delle comunità, ha gradualmente portato all’elaborazione di nuove concezioni di sviluppo che superano i concetti alla base della cosiddetta economia lineare, nell’ottica di una piena sostenibilità economica, ambientale e sociale, nell’assunto che se solo una di queste componenti fallisce, decade l’intero sistema.

L’ Economia Circolare è, quindi, un modello economico che va al di là dei meri perimetri aziendali e che implica modifiche profonde di processo importanti non solo all’interno delle aziende che vogliano dotarsi di tale modello ma anche nelle relazioni tra gli attori citati.

Nel microcosmo aziendale, che è in grado di incidere anche su un piano macroeconomico, si rispettano tre assiomi: il primo incide profondamente nella produzione e implica talvolta grandi investimenti in ricerca e sviluppo nella determinazione di una versione del prodotto e del suo packaging in chiave di riutilizzo (l’eco-concezione del prodotto); il secondo aspetto risiede nel ricorso esclusivo ad energie rinnovabili; il terzo deve naturalmente riguardare la propensione a minimizzare gli scarti di produzione, con l’obiettivo dei rifiuti zero. Si comprende facilmente come questi tre obiettivi coinvolgano concretamente l’azienda, i lavoratori, i sindacati, i consumatori, le istituzioni e in grande misura le università ed i centri di ricerca per le necessarie soluzioni innovative di prodotto.

Nasce in Malesia il Jeffrey Sachs Centre, primo in Asia per lo sviluppo sostenibile

L’importante polo di ricerca alla Sunway University, nei dintorni di Kuala Lampur, ha avviato la propria attività grazie alla donazione di 10 milioni di dollari da parte della Fondazione Cheah Jeffrey.

Sotto la direzione dell’economista statunitense Jeffrey Sachs nasce in Malesia il Centro per lo Sviluppo sostenibile alla Sunway University: è il primo del suo genere in Asia.

L’istituzione del Jeffrey Sachs Centre presso l’Ateneo nei dintorni di Kuala Lampur sottolinea nuovamente l’attenzione e l’impegno del Paese asiatico alle tematiche di sviluppo sostenibile, così come ribadito dal primo ministro della Malesia, Najib Razak, per cui “Il Centro rafforza l’impegno del governo per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile e rappresenta un catalizzatore per mobilitare la collaborazione globale, in particolare tra le nazioni del Sudest asiatico, per il raggiungimento dei 17 SDGs dell’Onu”.

Tra le attività previste nel Centro, infatti, c’è lo sviluppo dei collegamenti con le principali università e think tank in Malesia e nel resto del mondo, la selezione dei migliori esperti, studiosi, docenti e progetti nel campo dello sviluppo sostenibile.

La creazione del Jeffrey Sachs Centre è stata possibile grazie alla donazione di 10 milioni di dollari da parte della Fondazione Cheah Jeffrey, struttura molto attiva nel campo dell’istruzione privata superiore in Malesia, pensata sul modello di alcune delle università più rinomate al mondo, come ad esempio quella di Harvard.

Finora questa donazione rappresenta il più consistente impegno finanziario sull’istruzione nell’ambito dell’adozione dei 17 gol delle Nazioni Unite.