Category Archives: Economia circolare

Progetto Centocè: l’esperienza ENEA nella valutazione dell’economia circolare di comunità.

Quanto e come possono incidere sull’ambiente tutte quelle buone pratiche di economia circolare che nascono e si sviluppano all’interno di una comunità di persone? Da questa domanda è nata un’attività che l’ENEA, in collaborazione con l’Università Luiss Guido Carli e il movimento Transition Italia, ha realizzato, tra il 2016 e il 2018, in un progetto sperimentale finanziato dal MISE denominato Centocè. Il progetto ha visto il coinvolgimento di cittadini del quartiere romano di Centocelle al fine di identificare modelli di economia circolare a scala urbana.

L’economia circolare (EC) si basa su pratiche che tendono a sfruttare al meglio le risorse e i mezzi di produzione di cui già si dispone attraverso il recupero o lo scambio. Le attività progettuali svolte sul territorio, hanno visto una prima fase divulgativa rivolta a cittadini e studenti. Per gli studenti di scuola superiore è stato studiato un progetto formativo ricco di info-grafiche, video-racconti e un gioco da tavolo per poter spiegar loro cos’è l’economia circolare.

Con i cittadini il lavoro è stato più complesso in quanto è stato organizzato un laboratorio per facilitatori di economia circolare che comprendeva una prima fase informativa sulle tematiche di EC, e una seconda fase in cui i cittadini hanno individuato esempi di buone pratiche di economia circolare urbana già esistenti nel quartiere. Il laboratorio ha permesso anche di progettare altre possibili attività che si sarebbero potute implementare sul territorio per valorizzare al meglio le risorse presenti.

Grazie alla partecipazione dei cittadini sono state individuate 14 pratiche di economia circolare già presenti nel quartiere di cui 7 di agricoltura civica (orti/giardini urbani), 2 coworking, 3 pratiche di ottimizzazione delle risorse (ristorante a km 0, gruppo di acquisti condivisi e casa dell’acqua), 2 pratiche di chiusura dei cicli (mercato dell’usato e raccolta di beni ingombranti).

Con il supporto dei ricercatori dell’Enea, si sono identificati una serie di vantaggi ambientali e sociali legati a queste iniziative. In particolare dallo studio è emerso che gli orti condivisi spesso nascono per iniziativa di cittadini che intendono riqualificare un’area verde e ne chiedono la gestione al Comune. Queste attività hanno lo scopo non solo di procurare cibo ma, soprattutto, hanno finalità sociali di tipo aggregativo e inclusivo e permettono la rigenerazione di aree urbane incolte o abbandonate.

Altre pratiche di economia circolare presenti nel quartiere di Centocelle sono i GAS e i ristoranti a km0, attività che tendono a valorizzare le produzioni di allevatori e agricoltori locali sostenendone l’economia. Per quanto riguarda l’aspetto ambientale, si deve considerare che mediamente ogni persona provoca emissioni di circa 1.780 Kg di CO2eq l’anno per soddisfare le proprie esigenze alimentari. Gli orti urbani e le altre attività denominate a “chilometro zero” (Gruppi di Acquisto Solidale, ristoranti a km0 e case dell’acqua), abbassano di molto questa soglia perché riducono o annullano le fasi di lavorazione, confezionamento, refrigerazione, trasporto e distribuzione del cibo. Fasi che incidono per l’80% sulle emissioni totali. Si stima che, oltre a garantire un risparmio medio del 30% nel prezzo di acquisto a parità di qualità, i prodotti a km zero hanno una vita media fino a una settimana in più rispetto a quelli acquistati attraverso i tradizionali canali di distribuzione. Consumando prodotti locali, una famiglia può arrivare ad evitare l’equivalente di circa 1.000 kg di CO2 l’anno.

Un’altra pratica emersa dal progetto Centocelle è quella dei coworking: un nuovo modo di concepire gli ambienti di lavoro che si sta diffondendo nelle città densamente popolate. Grazie alla condivisione di spazi, attrezzature (es. computer e stampanti) e servizi, si è stimato che un coworking permette di ottenere, per ogni utente, risparmi economici pari a circa 1.500 €/anno e vantaggi energetico-ambientali per mancate emissioni pari a 1.890 kg di CO2eq/anno, rispetto a soluzioni lavorative tradizionali.

Anche la casa dell’acqua è una buona pratica che permette di valorizzare le risorse locali. Consiste in una fontana a gettoni che fornisce acqua buona, economica e sicura 24 ore su 24 grazie ad una correzione organolettica e un sistema di disinfezione a raggi UV. La casa dell’acqua è un servizio a “chilometro zero” poiché l’acqua erogata è fornita direttamente dalla rete idrica locale. Un prelievo medio annuo di 300mila litri fa risparmiare 200mila bottiglie in PET da 1,5 litri, riduce di 1.380 kg l’emissione di CO2 per la produzione e di 7.800 kg per il trasporto.

Infine, tra le pratiche di economia circolare vi sono i mercati dell’usato, iniziative di riciclo e i centri del riuso. Queste strutture sono destinate al recupero e riutilizzo di beni in disuso per poi essere messi a disposizione di chi ne ha bisogno. Questa pratica, oltre ad avere finalità sociali, è anche un modo per allungare la vita utile dei beni e ridurre i volumi di rifiuti smaltiti in discarica o inceneriti.

Da un confronto degli impatti ambientali prodotti da tutte queste buone pratiche, è emerso che, nel quartiere di Centocelle, le pratiche esistenti di economia circolare su scala urbana, permettono di ridurre le emissioni di 160 tonnellate di CO2eq/anno.

Come detto, tutte queste attività hanno fini ambientali e sociali ma possono contribuire a far diventare un quartiere più smart e collaborativo. Questo tipo di buone pratiche possono infine contribuire anche al raggiungimento di alcuni dei 17 obiettivi (SDGs) previsti dall’Agenda Onu 2030: come l’obiettivo 12: “Garantire modelli di consumo e produzione sostenibili” che richiede il coinvolgimento dei cittadini affinché vengano adottati stili di vita sostenibili e l’obiettivo 11: “Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili”. Come risultato, si deduce che le buone pratiche di economia circolare studiate nel progetto, dai coworking agli orti condivisi, concorrono a rendere un territorio più resiliente ai cambiamenti climatici attraverso un altro fattore sfidante: lo sviluppo sostenibile del futuro che passa attraverso l’approccio inclusivo e collaborativo di tutto il comparto sociale di una collettività.

Autori: Grazia Barberio, Francesca Cappellaro, Laura Cutaia, Carolina Innella, Erika Mancuso, Paola Nobili, Rocco Pentassuglia, Vincenzo Porretto.

Enea – Dipartimento Sostenibilità dei Sistemi Produttivi e Territoriali.

Economia circolare: per non rimanere fuori dal cerchio

È ormai un dato di fatto: stiamo esaurendo le risorse a disposizione del nostro pianeta e non possiamo più permetterci di proseguire sul modello economico lineare basato sull’estrazione delle materie prime, il consumo e la produzione di rifiuti. Si tratta di intraprendere e consolidare un cambio radicale di approccio che, come definito dalla Ellen MacArthur Foundation, vuol dire definire un’economia che possa rigenerarsi da sola. Un sistema di economia circolare infatti si deve incentrare sull’auto-rigenerazione, dove i materiali di origine biologica sono reintegrati nella biosfera e gli altri materiali – e prodotti – devono essere progettati in una logica di riuso e riciclo, finalizzato alla rivalorizzazione e alla chiusura del cerchio, riducendo al minimo, anzi possibilmente a zero, la produzione di rifiuti.L’economia circolare è dunque la sfida del futuro e coinvolge molteplici aspetti a partire da quelli legislativi e di normazione tecnica, per passare a quelli produttivi, organizzativi e di consumo, con un impatto sostanziale anche sulla vita quotidiana di tutti noi cittadini e consumatori.Il dossier illustra varie esperienze condotte da diversi attori del mercato, evidenziando come l’economia circolare passi attraverso azioni concrete, iniziative di carattere legislativo, soluzioni promosse da NGOs, fino ad arrivare alle attività più innovative, quelle delle università e del mondo della ricerca e quelle di settori di nicchia fino alle attività di piccole start-up che rendono quanto mai concreto il concetto di “circolarità”. Si tratta di pochi esempi che forniscono uno spaccato delle infinite possibilità e opportunità legate a questo nuovo modello economico e sociale.Partendo da un inquadramento generale del contesto Europeo in cui si sottolinea anche il ruolo strategico della normazione tecnica, si passa alle iniziative della Piattaforma Italiana degli stakeholder per l’economia circolare (ICESP) e all’impegno della Associazione Italiana per lo Sviluppo dell’Economia Circolare (AISEC): un’associazione non-profit dedita esclusivamente alla promozione, diffusione e applicazione del concetto di economia circolare, sia a livello nazionale che internazionale. Ed è proprio a livello internazionale che si sta delineando un’attività di normazione tecnica, il Comitato tecnico ISO/TC 323, nato per trattare in modo trasversale la questione. A questa attività l’Italia parteciperà attraverso la nuova Commissione tecnica UNI “Economia Circolare”.Oggi servono lungimiranza, coraggio imprendito-riale, politiche illuminate e regole certe – gli standard appunto – che supportino concretamente questo nuovo modello economico. Servono indirizzi chia-ri per potenziare e migliorare acquisti sostenibili, sia per le pubbliche amministrazioni – e i Criteri Minimi Ambientali sono il riferimento più significa-tivo – che per le aziende private. Sfide e anche opportunità, perché l’economia circolare in Italia vale oggi 88 miliardi in termini di fatturato e occupa 575.000 lavoratrici e lavoratori. Gli esempi virtuosi proposti dalle testimonianze di alcuni consorzi che si occupano del recupero di diverse tipologie di rifiuti – CONAI per gli imballaggi, CONOE per gli oli e i grassi vegetali ed animali esausti, CIC per i ri-fiuti organici – mettono in evidenza le opportunità che un approccio circolare – orientato al riuso e riciclo di materiali e prodotti – può offrire, grazie anche al ricorso alla normazione tecnica che propone alle varie filiere soluzioni tecniche per supportare le attività e i servizi offerti, i metodi di prova, gli strumenti di gestione e misurazione. Opportunità perché l’economia circolare oggi non può non essere strettamente connessa alle evolu-zioni tecnologiche che riguardano la digitalizzazio-ne delle attività produttive, l’ottimizzazione dei processi e l’uso efficiente delle risorse promosso da Impresa 4.0. Il dossier si conclude con il contributo di una start-up che ha trasformato il tema dell’economia circolare in uno spettacolo teatrale Blue Revolution e in una app: un modo insolito di comunicare e promuovere i valori propri di questo modello economico, che si declina anche sul versante sociale, promuovendo consumi responsabili e sviluppo sostenibile, per chiudere il “cerchio”.

(Fonte: rivista tecnica di UNI “U&C – Unificazione & Certificazione” – estratto)

È possibile scaricare l’intero dossier dal seguente link: Dossier/Articolo estratto da U&C n. 5 – Maggio 2019

Fiera – Fai La Cosa Giusta

Il 9 marzo  AISEC ha partecipato alla fiera Fai La Cosa Giusta, evento organizzato dall’Università Cattolica di Milano, per parlare di Economia Circolare: https://falacosagiusta.org/programma-culturale/cosa-ri-circola-di-nuovo-dare-unaltra-possibilita-al-rifiuto-mediate-leconomia-circolare/

Molto positivo il fatto che  ad ascoltare ci fossero tanti giovani.

L’argomento ha suscitato grande interesse e dimostra quanto le nuove generazioni siano sensibili ai temi ambientali e della sostenibilità e quanto siano preoccupati per il loro  futuro e per quello del nostro Pianeta.

Dopo aver spiegato che cosa sia e come dovrebbe funzionare il modello Economico Circolare, ci siamo soffermati  anche ad evidenziare  quali siano al momento i limiti e le sfide che il modello dovrà affrontare come ad esempio: la creazione di nuovi posti di lavoro, la creazione di un mercato per le materie prime seconde che dovranno essere sicure e tracciabili, attraverso un sistema integrato per verificarne la provenienza,  l’abbassamento dei costi della sostenibilità ecc.

Il messaggio finale condiviso è stato quello di Albert  Einstein :“ Non possiamo risolvere i problemi con lo stesso tipo di pensiero che abbiamo usato quando li abbiamo creati”

Quindi diventa imprescindibile che tutti i portatori d’interesse si  impegnino velocemente affinché si possa  creare un nuovo paradigma economico  competitivo, responsabile, sostenibile che ci porti verso un nuovo benessere, meno condizionato da economia-finanza e più olistico, in cui l’uomo torni ad essere al centro della vita sociale, produttiva, tecnologica, asservendola alle proprie esigenze e non viceversa, con una grande attenzione verso l’ambiente riducendo drasticamente lo sfruttamento delle risorse del nostro Pianeta.

L’Impresa del Cambiamento: come passare dalla teoria alla pratica: 4 possibili ambiti

Si sono dette molte cose dell’Impresa in questi ultimi anni, attribuendole molto spesso ruoli che trascendono di molto la sua dimensione di luogo ove capitale, fattori di produzione – in primis – Lavoro e Materie Prime si incontrano intorno ad un’idea, una visione, un progetto ed insieme realizzano profitto, tale e tanto da rendere sostenibile la produzione e durare nel tempo, remunerando ciascun fattore, nel rispetto dell’ambiente e delle relazioni sociali. La mia definizione è semplificata e non tiene – volutamente – conto delle definizioni di Impresa ad essa attribuite nelle varie epoche a partire dalla prima rivoluzione industriale. In altre parole, se si vuole decifrare quell’immenso geroglifico che è l’attuale società industriale, occorre trovarne gli elementi di novità; quindi non rivolta morale contro il capitalismo ma sostegno a modelli economici che rilancino l’Impresa del Cambiamento.

Proviamo a mostrare quattro diversi ambiti ove il cambiamento può trovare terreno fertile: l’interazione dell’impresa con il mondo delle Start-up, la fertile collaborazione tra mondo del profit con quello del non-profit a beneficio delle comunità locali in ottica di Sostenibilità, la transizione verso il modello di Economia Circolare e l’uso di energia rinnovabile da filiera decentrata

Innovazione: partnership con Start-up

La Globalizzazione, la proliferazione di innovazioni tecnologiche e la concorrenza da parte delle agili Start-up stanno costringendo le grandi aziende a reinventarsi e a trovare idee innovative. Il motto è chiaro: “essere disruptive” –  altrimenti qualcun altro lo sarà! In questo contesto, assistiamo ad una fioritura di iniziative che legano l’Impresa alle start-up, per la creazione di prodotti ‘innovativi’, o talvolta alla trasformazione del proprio business dal prodotto al servizio.

Gli strumenti per innovare possono essere i più svariati. Alcuni esempi efficaci sono:

  • Il sourcing delle idee (concorrenza interna/esterna, “hackathons”, chiamate per i progetti, ecc).
  • Partenariati tra imprese e Università, centri di ricerca, ecc.
  • Corporate Venture Capital, divenuto un importante motore per l’innovazione.

Tuttavia, se i metodi sono noti, il successo della ricetta è il dosaggio degli ingredienti e soprattutto la capacità di condurre una dinamica di gruppo all’interno dell’azienda, la quale non sempre è pronta a ricevere il dinamismo di una start-up e ad abbattere il muro delle lungaggini decisionali e degli approcci conservativi al proprio interno.

Inoltre, sono ancora pochi i casi che mostrano con determinazione che le idee nate con tali strumenti abbiano davvero fatto la differenza. Al contrario, sono maggiori i casi di grandi e prestigiose aziende, alcune delle quali leader mondiali, che hanno interrotto tali processi in corso d’opera, a causa della mancanza di risultati. Già 25 anni fa, Geoffrey Moore, nel suo “Crossing the Chasm”, osservava che c’è sempre un divario tra la fase iniziale ricca di entusiasmo e di successi ed il tempo dell’implementazione che conduce all’inevitabile ridimensionamento. Prevalgono nelle imprese osservazioni del tipo: “il modello di business non è compatibile con i nostri KPIs”, “questo cannibalizzerà i nostri attuali mercati”, “è troppo complicato”, “è troppo costoso”, ecc.

Ma il trend sta, tuttavia, lentamente cambiando. Si potrebbero citare casi di eccellenza di incroci di business tra grande azienda e start-up, co-partecipazioni a gare internazionali, partnership su bandi europei in cui i finanziamenti vengono erogati per premiare l’Idea della start-up ma che ha dietro la volontà del grande gruppo ad investire sull’Idea. Il numero di questi casi cresce ogni anno. Secondo i dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano nel 2018 sono stati investiti 600 milioni di euro in startup italiane, rispetto al 2012 l’80% in più.

Innovazione: Partnership con ONG

Negli ultimi anni la spinta dell’Impresa alla creazione di valore condiviso ha reso ancora più evidente la necessità di efficaci forme di collaborazione tra soggetti diversi proprio con l’obiettivo di migliorare le condizioni economiche e sociali della comunità in cui l’Impresa implementa il proprio business.

Questo orientamento diventa ancora più necessario quando le imprese operano nei Paesi in Via di Sviluppo dove, perseguendo le loro finalità di apertura di nuovi mercati e di profitto, possono impattare positivamente sulla riduzione della povertà e sulla salvaguardia dell’Ambiente ed essere pertanto percepite dalle comunità e dalle istituzioni locali come agenti di sviluppo.

Lo sviluppo del settore privato basato sui principi della trasparenza, della libera concorrenza, del rispetto dei diritti umani, del lavoro dignitoso, della tutela dell’ambiente e dell’apertura internazionale, è un requisito essenziale per lo sviluppo sostenibile. L’High Level Forum sull’Efficacia dello Sviluppo (Busan 2011, Messico 2014) e l’Agenda for Change dell’Unione Europea (2011) hanno sancito il ruolo chiave del settore privato come propulsore dei processi di sviluppo sostenibile in partnership con il settore pubblico

A livello internazionale la nuova Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile definisce il settore privato come un attore centrale per il perseguimento dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs). L’High Level Political Forum on Sustainable Development (luglio 2016, New York), il principale foro globale per l’attuazione ed il monitoraggio dell’Agenda, ha posto grande enfasi sul più ampio coinvolgimento possibile, attraverso il modello delle partnership, della società civile e del settore privato.

In questo contesto lo sviluppo di progetti di cooperazione internazionale che prevedano la partnership tra imprese e organizzazioni non governative apre nuove e vantaggiose prospettive per tutti i soggetti interessati e conferisce all’Impresa il ruolo di “garante” economico, con la possibilità di entrare in nuovi mercati, di crescere nei Paesi in cui è già presente e di innovare la propria capacità di stare sul mercato.

Innovazione: soluzioni dal modello di economia circolare

In questo ambito le imprese devono essere incentivate a scambiarsi materie prime di fine ciclo produttivo, nella stessa industria o tra diverse attività produttive. Attualmente il business di materie prime seconde non ha impatti commerciali rilevanti e deve essere supportato da manovre fiscali che ne incoraggino lo sviluppo a scapito delle risorse in esaurimento.

In altre parole tassare le risorse come il carbone, il petrolio e altri minerali, promuovendo l’uso di pratiche di recupero e riciclo di quelle già estratte ed in circolo, potrebbe allontanare il mercato dal paradigma della crescita con uso intensivo delle risorse ed indirizzarlo verso tecnologie innovative nei settori delle energie rinnovabili, dell’acqua potabile, dei nuovi materiali e della gestione dei rifiuti.

Già nel 2009, l’economista Robert Shiller faceva notare nel suo libro “Animal Spirits”, come l’Impresa rappresenti un mezzo straordinario per il cambiamento ma è anche un veicolo privo di guida se non viene gestito in maniera adeguata. Per i governi ciò significa puntare su una trasformazione del sistema fiscale, che sposti con coraggio il carico della tassazione dai profitti all’uso delle risorse. E questo – lo ribadisco ogni volta che ne ho occasione – deve essere fatto con ottica sistemica di lungo periodo e ha poco a che fare con iniziative sporadiche talvolta filantropiche di qualche mente illuminata. Si devono invece coinvolgere le Imprese partendo dai processi industriali, dai piani strategici di investimento, dai piani commerciali, rendendo loro fattibile il cambio di passo verso il modello di economia circolare.

Nella nuova Legge di Bilancio, sebbene non ci sia ancora una pianificazione sistemica dell’implementazione del modello di economia circolare, sono presenti alcune norme che ci fanno ben sperare; al fine di incrementare il riciclaggio delle plastiche miste e degli scarti non pericolosi dei processi di produzione industriale e al fine di ridurre l’impatto ambientale degli imballaggi e il livello di rifiuti non riciclabili derivanti da materiali da imballaggio, viene accordato un credito d’imposta nella misura del 36% a tutte le imprese che acquistano prodotti in plastica realizzati con materiali provenienti dalla raccolta differenziata degli imballaggi in plastica ovvero che acquistano imballaggi biodegradabili e compostabili. Il credito è previsto per ciascuno degli anni 2019 e 2020 fino ad un importo massimo annuale di euro 20.000 per ciascun beneficiario.

Innovazione: il modello di incentivi all’abbattimento delle emissioni di CO2 attraverso energia rinnovabile da fonti non centralizzate

L’anno 2018 è stato ricco di dibattiti sul tema dell’innovazione industriale in materia di produzione di energia verde, La recente inchiesta pubblicata dalla “Breakthrough Energy Coalition”, fondazione composta dagli imprenditori più facoltosi della terra, Bill Gates incluso, è uno degli esempi più significativi di come siano maturi i tempi per abbandonare una visione colbertista/giacobina di capitalismo di stato che favorisce soluzioni centralizzate di produzione di energia per abbracciare forme di produzioni decentralizzate. Il santo graal per questa nuova politica energetica potrebbe essere la creazione di filiere industriali ed il sostegno alle tecnologie più innovative.

Oggi il limite più grande allo sviluppo di questa modalità di business non è determinato solo dalla mancanza di incentivi ma soprattutto dalla carenza di un vero sostegno alla sua commercializzazione. L’attuale modello di produzione energetica centralizzata rende necessari grandi investimenti per la costruzione e manutenzione delle reti di distribuzione e crea un forte potere di controllo da parte di pochi produttori sulla sicurezza e continuità di approvvigionamento energetico delle utenze mentre l’adozione di un modello di generazione distribuita realizzando su tutto il territorio piccoli impianti di produzione vicini ai consumatori, le cd smart grid, renderebbe sostenibile anche finanziariamente la produzione di energia verde.

Modelli innovativi, tesi a calmierare l’effetto serra, possono generare profitti considerevoli oltre che dare risposte immediate e durevoli alla lotta al cambiamento climatico.

In un rapporto uscito di recente, dedicato al mercato europeo delle emissioni, l’Ocse, ha specificatamente dichiarato come lo sviluppo di reti possa abbattere considerevolmente le emissioni di CO2.

Può essere utile ricordare che dal 2005, le aziende europee di qualche dimensione che operino nei settori dell’energia (come le centrali elettriche), dell’acciaio, del vetro, del cemento e della carta – attività in cui si produce molta anidride carbonica – non possono superare una determinata soglia nella quantità di Co2 che emettono i loro impianti. Se vanno al di sopra di certi valori di Co2 prodotta, devono acquistare (su un apposito mercato) analoga quantità di diritti quali forma di tassazione che spinge a ridurre le emissioni. E chi fornisce questi diritti? Le aziende degli stessi settori che riescono a restare sotto quella soglia e, per questo, acquisiscono un bonus che possono rivendere. E’ il più grande esperimento di controllo della Co2 esistente al mondo: coinvolge 14 mila impianti elettrici e fabbriche in 31 diversi paesi e abbraccia il 40 per cento delle emissioni totali della Ue.

Il modello rappresenta una buona pratica per il mondo intero ed è firmato UE. Per concludere, il grande tema rimasto in sospeso nel recente vertice Onu di Katowice è come riproporre a livello mondiale un mercato delle emissioni all’europea, forse la speranza più concreta di arrivare ad un taglio concreto e significativo della Co2, prima che sia troppo tardi.

Bioplastiche o plastiche degradabili, quale migliore soluzione per la economia circolare?

In un recente articolo di “The Guardian” (https://www.theguardian.com/international), viene affrontato il tema delle bio-plastiche e delle nuove plastiche bio-degradabili o compostabili e di come la diffusione di queste tipologie di materiali “eco-sostenibili” possa ingenerare confusione tra i consumatori.

 

 

 

 

 

 

Soprattutto per le nuove plastiche per imballaggio o per prodotti mono-uso, anche su sollecitazione dei lavori sulla Direttiva EU “Single-use Plastic”, si sta diffondendo l’uso di plastiche da materie prime vegetali. Queste posso essere considerate bio-degradabili e/o compostabili a determinate e definite condizioni. In Italia, a livello normativo, per questi prodotti è richiesta la certificazione UNI EN 13432, che testa i prodotti e la loro effettiva biodegradabilità alle condizioni definite (interramento di 6 mesi).

L’uso di queste plastiche per i sacchetti della spesa, in sostituzione di quelli di origine petrolifere, ad esempio, è certamente molto positiva. Esso consente di evitare la produzione di plastiche “petrolifere” e di riutilizzare i sacchetti per il conferimento dei propri rifiuti domestici, per raccolta urbana della cosiddetta FORSU.

Completamente diverso invece il caso della bio-plastiche generate da rifiuti, normalmente scarti alimentari o fibre vegetali. E’ questo il caso del progetto di ASCOM e IIT di Genova per la produzione di plastiche con un processo che parte dagli scarti vegetali del mercato ortofrutticolo. La convenienza economica di queste produzioni, tutte ancora in fase preliminare e sperimentale, risiede certamente nel fattore di scala, ovvero dalle quantità prodotte in un determinato contesto; queste sperimentazioni, soprattutto se in un’ottica di “filiera corta” sono molto interessanti dal punto di vista applicativo oltre che scientifico.

Anche qui si deve considerare un effetto positivo nella sostituzione della tecnologia “del petrolio” con materie prime e tecnologie che non ne necessitano. Ancora meglio se il processo riutilizza scarti o rifiuti dell’industria agro-alimentare; tuttavia occorre anche considerare il successivo smaltimento-recupero-riciclo anche di queste nuove plastiche, che sono normalmente definite come “bio”. Questo è il caso delle bio-plastiche della famiglia dei poliesteri termoplastici PHAS (polidrossialcanoati), prodotti in natura da particolari batteri; i polimeri PHA possono essere lavorati alla pari degli altri polimeri termoplastici e sono in genere biodegradabili. Inoltre possiedono una buon a stabilità allo stoccaggio e buona resistenza all’acqua e all’umidità. Altra caso è quello del PET (Polietilenetereftalato), ottenuto dalla canna da zucchero, detto anche bio-PET, che risulterà essere chimicamente identico al PET ottenuto dal petrolio e con gli stessi impatti ambientali a valle del suo uso.

La definizione di bio-plastica, oppure di bio-degradabilità e bio-compostabilità andrebbe fatta in un’ottica di “Ciclo di Vita” (LCA) del prodotto, tenendo conto delle condizioni reali di raccolta e trattamento post-consumo. Infatti, la bio-degradabilità o compostabilità dichiarate dal produttore sono proprietà riscontrabili solo a determinate condizioni specifiche e non sempre, come si potrebbe pensare. Molte plastiche definite bio-degradabili non sono, ad esempio, compostabili nel giardino di casa, lo stesso vale per la degradazione di una plastica bio-degradabile in mare, che può avvenire anche solo dopo alcuni anni.

In generale quindi la bio-plastica ottenuta da materiali organici o da scarti non è necessariamente bio-degradabile anche se riduce il fabbisogno di petrolio e anzi tende a sostituirlo con materie prime rinnovabili e più “naturali”[1].

Il proliferare di questi nuovi prodotti e della relativa comunicazione “ambientale” rischia quindi di provocare malintesi e confusione tra i consumatori sui concreti benefici per l’ambiente. Il lavoro di ricerca e gli investimenti in nuovi materiali più “sostenibili” sono certamente positivi per la “decarbonizzazione” dei ns. consumi, ma occorre chiarire meglio l’aspetto della bio-degradabilità post-consumo.

Il reale impatto sull’ambiente è invece dato dalla “circolarità” dei prodotti e delle materie prime e del loro riuso. Questo dovrebbe essere considerato in applicazione ad uno specifico contesto e non solamente con indicazioni “teoriche” o reperibili in letteratura. Occorre sempre più considerare quale sia la filiera POST-CONSUMO effettivamente disponibile per un determinato imballaggio o prodotto, nell’area in cui esso sarà verosimilmente dismesso e con le filiere effettivamente disponibili. Oltre naturalmente, impegnandosi per allungare la vita dei prodotti favorendone il ri-uso. La strada per l’Economia Circolare non è certamente una sfida semplice ma è la direzione in cui occorre spingere le proprie ricerche per migliorare le filiere di raccolta, recupero e riciclo effettivamente presenti. L’ideale, per una riduzione di altri impatti “indiretti” dal punto di vista ambientale è predisporre filiere locali o “corte” che possano trattare i materiali “post-consumo” possibilmente nello stesso territorio in cui sono stati usati.

Le applicazioni industriali e la ricerca scientifica devono continuare a sviluppare nuovi prodotti e nuovi modelli di consumo non senza però coinvolgere le filiere di recupero che sono a valle della raccolta e recupero dei prodotti. In questo senso è indispensabile mantenere una visione di “circolarità” che coinvolga tutti i più importanti produttori di beni di consumo, i designer, le amministrazioni locali e le filiere di recupero, in quanto principali attori in grado di impostare sistemi più efficienti. Anche i cittadini e i consumatori in genere hanno un ruolo attivo in questo processo attraverso la richiesta di una corretta informazione sull’origine e sul “fine vita” dei prodotti definiti genericamente “bio”.

Articolo di Luigi Maria Casale – Sostenibilità e Gestione di Sistemi

[1] “Bioplastica” e “plastica biodegradabile” non sono sinonimi. Un materiale bio non è automaticamente anche biodegradabile (*) Documento Wur “Bio-based and biodegradable plastics – facts and figures”

L’economia del 21esimo secolo? Ritornare ai principi della circolarità dell’Impero Romano

Qualche anno fa’ la nota rivista americana di divulgazione scientifica “olte risorse naturali messe a disposizione dal nostro pianeta. Come potrete già immaginare le previsioni e le stime proposte dal magazine non sono di certo molto confortanti. Infatti, basandosi sui ritmi attuali e future di sfruttamento ed inquinamento delle risorse naturali, principalmente causate da un modello di economia tradizionale insostenibile, i risultati mostrano come per alcune risorse l’esaurimento previsto è ben più vicino di quanto potessimo immaginare. Eccone di seguito alcuni esempi:

Indio: Esaurimento previsto 2028. L’ossido di indio è un conduttore a film sottile utilizzato per creare gli schermi per i telefonini, TV e computer

Argento: Esaurimento previsto per il 2029. Agli attuali livelli di consumo, gli restano circa 19 anni di vita ma se riciclato, il suo utilizzo può protrarsi ancora per qualche decennio

Oro: Esaurimento previsto per il 2030.

Rame: Esaurimento previsto per il 2044. l rame è utilizzato in quasi tutte le componenti delle infrastrutture: dai tubi alle apparecchiature elettriche. Il quantitativo delle riserve note al momento è pari a 540 milioni di tonnellate ma recenti lavori geologici in Sud America indicano che ci potrebbero essere ulteriori 1,3 miliardi di tonnellate di rame nascosti nelle montagne delle Ande. Insomma, almeno un altro trentennio lo abbiamo garantito.

Petrolio: Esaurimento previsto per il 2050.

Carbone: Esaurimento previsto per il 2072.

 

Per esaurimento la prestigiosa rivista non solo intende la fine fisica della risorsa naturale ma anche e soprattutto la progressiva difficoltà di estrazione e scoperta di nuovi giacimenti. In un pianeta dove le risorse naturali e le materie prime si trovano in quantità sempre più limitate poiché non rinnovabili, la loro estrazione e reperibilità diventa man mano sempre più difficile e costosa sia per l’ambiente che per la società e l’economia. Queste stesse risorse sono sempre più sotto pressione a causa di diversi fattori tra cui:

  • Crescita esponenziale della popolazione mondiale
  • Aumento della domanda e consumo delle risorse precedentemente elencate
  • Aumento delle diseguaglianze nelle nazioni meno ricche

Secondo l’OCSE, la classe media globale raddoppierà entro il 2030, comportando non solo un aumento dei consumi ma anche dei rifiuti. Per ovviare a questa situazione alquanto critica saremo sempre più obbligati a ripensare al nostro sistema economico, al nostro modo di produrre e di consumare ed al nostro modo di vivere e pensare. Quindi la domanda sorge spontanea: Cosa possiamo fare?

Si tramanda che durante l’impero romano venivano utilizzate numerose espressioni e termini quali  Senatus Populus Que Romanus” o Roma Caput Mundi” tra le più famose, ed alcune forse meno altisonanti ma allo stesso tempo importanti come la parola Circularis (in italiano Circolare)Tale parola veniva usata dai romani per descrivere la forma del sole, della luna piena e il pancione delle mogli in cinte. Veniva anche utilizzata per esempio dai comandanti nelle strategie di guerra per spiegare alle proprie truppe di formare un cerchio intorno all’esercito nemico per poi sferrare il feroce attacco. Ma soprattutto il termine “circolare” veniva usato dai filosofi romani per descrivere il significato celato dietro a ciò che veniva osservato in natura: Essi infatti, per spiegare i numerosi fenomeni naturali (come la nascita e la morte di una pianta o la successione delle stagioni), introdussero il concetto di “Circolo della vita” riferendosi all’idea che tutto ciò che nasce alla fine muore per poi poter rinascere nella stessa forma e condizione in una sequenza continua che sembra non avere mai fine.

Questa visione circolare sviluppata dai nostri antenati fu alterata e completamente stravolta dalla Rivoluzione Industriale, reo della creazione di un tipo di economia, oggi definita “lineare”, la quale, seguendo il modello dell’ “estrai, produci, consumi e getta” è riuscita a plasmare il nostro modo di produrre, consumare e pensare. Se da una parte questo modello economico ha consentito una rapida crescita e prosperità, dall’altra ha creato vaste conseguenze sia sul piano ambientale che sociale: dai cambiamenti climatici, alla perdita di biodiversità, dalla crescente pressione sulle risorse naturali fino alle più grandi crisi finanziarie causate principalmente dalla volatilità dei prezzi ed accessibilità di numerose risorse naturali.

 

Oggi, globalmente, consumiamo risorse e generiamo rifiuti come se avessimo a disposizione non un solo pianeta, ma più di un pianeta e mezzo. Questo ha comportato una forte crescita della domanda di risorse naturali finite, evidenziando così dei significativi limiti dell’economia lineare. Se a questo aggiungiamo che il 60% degli scarti in Europa finisce nelle discariche o negli inceneritori (purtroppo solo il 40% viene riciclato o riutilizzato), che mediamente un auto in Europa resta parcheggiata per il 92% del tempo, che il 31% dei generi alimentari vengono sprecati lungo la catena produttiva e che gli uffici vengono utilizzati solamente il 35-50% del tempo capiamo come tale sistema non solo risulta essere inefficiente sotto tutti i punti di vista ma anche altamente costoso a livello sociale. Prendendo l’Europa come esempio, l’economia lineare ci costa un totale di 7.200 miliardi di euro l’anno diviso in:

1.800 miliardi di euro dovuti ai costi effettivi delle risorse utilizzate, consumate e gettate

3,400 miliardi di euro dovuti alle spese legate alle inefficienze sostenute da famiglie e governi

2,000 miliardi d euro dovuti a tutti gli impatti ed esternalità legate ad esempio al trasporto, all’inquinamento atmosferico, alla perdita di biodiversità etc.

Da questi limiti e costi, quindi, emerge la necessita di ritornare alle tradizioni, un po’ come ai tempi dei saggi antichi romani, ed instaurare un modello economico che sia completamente diverso e che possa dare risposte concrete e soluzioni a tali problematiche.  Il percorso che si dovrà sempre più seguire è quello dell’ Economia Circolare. Tale sistema economico di produzione e scambio mira, lungo tutti gli stadi del ciclo di vita del prodotto, ad aumentare l’efficienza dell’utilizzazione delle risorse andando a diminuire l’impatto ambientale e sviluppando allo stesso tempo il benessere sociale e delle imprese.

Questo significa che l’economia circolare propone il superamento del modello lineare prendendo in conto il flusso materiale nel ciclo di produzione e consumo con un utilizzo razionale delle risorse naturali col fine di garantire uno sviluppo sostenibile nel tempo. Molti interpretano erroneamente il concetto di economia circolare come se fosse un semplice sistema di gestione e riciclo dei rifiuti: nonostante questo aspetto sia considerato ed affrontato, nella realtà tale modello risulta essere più complesso, prevedendo non tanto di “fare di più con meno” ma, piuttosto, di fare di più con ciò di cui già disponiamo.

Tale modo di pensare è anche raccolto ed espresso nei 6 principi dell’economia circolare che possono essere cosi riassunti:

  • Utilizzare fonti energetiche rinnovabili
  • Minimizzare, tracciare ed eliminare l’uso di sostanze dannose per l’ambiente
  • Ridurre quanto più possibile il prelievo di risorse/materie vergini dai diversi ecosistemi e ridurre la produzione di rifiuti e sprechi
  • Facilitare il riuso, la riconversione, la rigenerazione dei prodotti e dei materiali al loro interno
  • Nuovi modelli di investimento e gestione finanziaria e ricostruzione del capitale naturale, umano e sociale
  • Modifiche dei comportamenti individuali verso pratiche più sostenibili

Perseguire i principi dell’economia circolare rappresenta una grandissima opportunità per creare nuovi modelli d’impresa. Per valutare le possibili soluzioni percorribili sarà necessario passare da una logica di approccio lineare ad uno circolare mettendo talvolta in discussione i modelli di business sino ad oggi perseguiti e confrontandosi con le nuove richieste di mercato.

In questo modello che pone la sostenibilità al centro del sistema in cui i prodotti di scarto ed i rifiuti non esistono o sono minimi e nel quale le risorse vengono costantemente riutilizzate cercando di mantenere lo stesso valore iniziale, si genererebbero per l’economia del vecchio continente un risparmio in termini di costi di produzione ed utilizzo delle risorse di base pari a 1,800 miliardi di euro l’anno. Questo si tradurrebbe tra l’altro in una crescita del PIL fino a 7 punti percentuali con importanti conseguenze sui livelli di occupazione ed un aumento del reddito disponibile per le famiglie europee dell’11% rispetto allo sviluppo attuale.  Infine si stima che in Europa grazie alle nuove tecnologie, innovazioni e materiali disponibili l’economia circolare sarebbe in grado di aumentare fino al 3% la produttività delle risorse ad oggi utilizzate.

Non ultimo l’implementazione dell’economia circolare comporta anche una ridefinizione, sul piano concettuale, di un nuovo modello di sviluppo che va oltre il concetto del “PIL” ovvero basato unicamente su una crescita quantitativa, ma che si focalizza e punta sempre di più a quella qualitativa. L’approccio sistemico ed olistico dell’economia circolare comporta anche la riconsiderazione del concetto di crescita che deve essere:

1) Intelligente, mediante lo sviluppo di un’economia basato sulla conoscenza, la ricerca e l’innovazione

2) Sostenibile, ovvero più efficiente nell’uso delle risorse, più “verde e più competitiva

3) Inclusiva, ovvero che promuova politiche per l’occupazione e la riduzione della povertà.

Le numerose pubblicazioni, ricerche e sondaggi mostrano come sia sempre più necessario ed auspicabile questa transizione dall’economia lineare a quella circolare.  Segnali incoraggianti di tale passaggio si stanno già delineando sia nel settore pubblico che quello privato anche se maggiore collaborazione fra i diversi stakeholders sarà richiesta in futuro per oliare ed avviare il motore della nuova economia del 21esimo secolo

Pubblicato il Primo Position Paper sul Goal 12 presentato alla Camera di Commercio di Taranto lo scorso 29 Maggio

Nell’ambito della seconda edizione del Festival dello Sviluppo Sostenibile, AISEC co-coordinatore del Goal 12, ha organizzato insieme a NeXt Nuova Economia per Tutti ed ASviS, una giornata dedicata interamente ai temi della produzione e del consumo responsabile. Un evento importante all’interno dei 17 giorni di Festival 2018 che ha visto la partecipazione di molti esponenti del mondo produttivo, del consumo e del risparmio, a testimoniare quanto il nodo della sostenibilità nelle scelte collettive ed individuali di aziende e cittadini sia cruciale per il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030. L’evento di Taranto è stato organizzato in due parti:

La mattina di carattere più istituzionale, nella quale il Gruppo di Lavoro del Goal 12 (GDL), di cui noi facciamo parte, ha presentato il primo position paper italiano sul Goal 12 con lo scopo di creare un quadro di riferimento condiviso sui temi della Finanza, Produzione e Consumo Responsabile. I tre temi affrontati durante l’evento, attraverso la realizzazione di tre tavole rotonde, sono stati discussi dagli esperti presenti e provenienti dal mondo dell’impresa, delle Istituzioni, dell’ Università e del Terzo Settore. Non solo si è partiti dal conferire una definizione univoca e condivisa della declinazione “responsabile” di finanza, produzione e consumo, ma gli invitati sono stati anche chiamati a confrontarsi sulle normative ed esperienze più significative già presenti sul nostro territorio fino a giungere a delineare delle proposte di sviluppo sostenibile per le Istituzioni locali.

Il pomeriggio invece si è passati ad una fase più pratica e partecipativa, che ha visto non solo l’organizzazione del primo Hackathon per lo Sviluppo Sostenibile presso l’Università Aldo Moro di Bari dedicata ai giovani studenti pugliesi, ma anche ad una continuazione dei tavoli di lavoro, per quanto riguarda il GdL Goal 12, con lo scopo di sviluppare delle concrete proposte (per ogni singola tematica: finanza, produzione e consumo responsabile) da realizzare entro il prossimo Festival di Sviluppo Sostenibile che sarà organizzato nel 2019.

Il Position Paper fornisce quindi un quadro di riferimento condiviso sui temi della Finanza, Produzione e Consumo Responsabile, partendo da una sintesi di normative ed esperienze per giungere a formulare proposte operative per il contesto italiano. Una “guida” in continuo aggiornamento per enti finanziari, imprese, organizzazioni e cittadini per declinare i target presenti nel Goal 12 con un linguaggio e delle strategie comuni, evidenziando le aree di priorità e le scelte operative e di comunicazione delle organizzazioni componenti del GDL del Goal 12 di ASVIS.

Per leggere ed accedere al Position Paper sul Goal12, basta accedere al link condiviso qui sotto:

Position Paper Goal 12(1)

Buona lettura!

Ci piacerebbe ricevere un tuo feedback. Facci sapere cosa ne pensi scrivendo a michael.ceruti8@gmail.com

 


Il Mercato Ortofrutticolo di Genova diventa nuovo socio AISEC!

È con immenso piacere che diamo il benvenuto alla nostra rete di soci al Mercato Ortofrutticolo di Genova (Società Gestione Mercato – SGM). Questa partnership assieme a quelle consolidate con la Camera di Commercio di Genova ed ASCOM Confcommercio Genova non mostra solamente l’impegno del Capoluogo Ligure e dei suoi cittadini nei confronti dell’economia circolare ma anche come il nostro lavoro di supporto in loco diventi sempre più importante e significativo.

La Società Gestione Mercato ha da sempre avuto una particolare attenzione verso l’economia circolare: infatti è da annoverare, tra i numerosi esempi virtuosi, la presentazione del progetto per la realizzazione di bioplastiche dagli scarti dell’ortofrutta. Tale iniziativa, promossa insieme all’Istituto Italiano di Tecnologia e ASCOM Confcommercio, con la collaborazione del Comune di Genova e della Camera di Commercio di Genova, punta non solo a ridurre la produzione di rifiuti tramite l’eco-innovazione, con la conseguente diminuzione degli impatti ambientali, ma anche a generare del vero valore economico-sociale locale con la nascità di nuove imprese e posti di lavoro.

Con l’auspicio di creare una prospera e duratura collaborazione insieme nell’implementazione pratica dei principi dell’economia circolare, auguriamo a tutti gli attori un buon lavoro.

Dall’Economia Lineare all’Economia Circolare: tutto pronto per il primo corso di formazione sull’Economia Circolare.

Sei un manager di un’ azienda e sei interessato a mettere in pratica i principi dell’economia circolare all’interno del tuo team/dipartimento?

Sei un imprenditore che vuole approfondire le opportunità, i benefici e le criticità di una transizione da un sistema produttivo lineare ad uno circolare della propria azienda?

O semplicemente sei un libero professionista che vuole accrescere la propria conoscenza sulle certificazioni ambientali e sulle normative italiane ed europee legate all’economia circolare?

Se si, allora questo corso fà per te. Un’ idea nata dalla collaborazione tra AISEC, la prima realtà in Italia che promuove l’adozione di modelli di produzione circolare, e Bureau Veritas Italia, anch’essa da tempo fortemente impegnata nella diffusione della cultura e di buone pratiche di economica circolare. Da qui nasce il nostro primo corso di formazione sull’ Economia Circolare dal titolo: “Dall’ Economia Lineare all’Economia Circolare: Chiudere il Cerchio per un Economia Sostenibile“.

Recenti studi mostrano come solo il 9.1% dell’economia mondiale sia circolare provocando quello che gli esperti chiamano “Circularity Gap”. Nel modello lineare attualmente in uso, le materie prime sono estratte dalla natura sempre più velocemente e utilizzate per produrre beni e servizi che vengono consumati e alla fine eliminati come rifiuti. In un mondo dalle risorse finite, tale modello lineare, che pure ha permesso un progresso accelerato del benessere di una gran parte dell’umanità, si sta rivelando insostenibile, inefficiente e costoso per il pianeta, la società, le imprese.  L’economia circolare propone il superamento del modello lineare con il più lungimirante modello circolare, basato sulle tre “R”: ridurre (l’uso di materie prime e l’impatto ambientale della produzione), riusare (allungando il ciclo di vita dei beni) e riciclare (gli scarti non riutilizzabili). Essa replicando i cicli naturali, ambisce a mantenere i prodotti, i componenti e i materiali al loro più alto contenuto di valore in ogni stadio del loro ciclo di vita. L’economia circolare può creare un nuovo modello di sviluppo: rigenerativo e proficuo.

Alla luce della crisi economica, ambientale e sociale di oggi, stiamo osservando come il sistema produttivo stia intraprendendo una profonda trasformazione, passando da un sistema lineare ad uno sempre più circolare. Da ciò abbiamo sentito l’esigenza di proporre ad aziende e liberi professionisti, un programma di formazione con il fine di preparare i presenti e futuri attori economici italiani ad affrontare tale transizione senza problemi. Al termine del corso verrà rilasciato un attestato di frequenza Bureau Veritas in formato elettronico.

I primi corsi di formazione saranno organizzati nei seguenti giorni e luoghi:

  • 16 Luglio a Genova
  • 10 Settembre a Padova
  • 19 Novembre a Bologna
  • 24 Ottobre a Milano
Per ricevere maggiori informazioni sull programma, sui contenuti ed sulle iscrizioni consultate la locandina qui sotto o contattateci agli indirizzi email: (michael.ceruti8@gmail.com / info@aisec-economiacircolare.org)
Infine potrete seguite tutti gli aggiornamenti inerenti al corso attraverso i nostri canali social media (Facebook, LinkedIn e Twitter).

L’Economia Circolare può cambiare il processo produttivo. Come? Ce lo spiega il nostro Presidente in questa intervista al Goal 12 di Taranto.

“La sostenibilità conviene alle imprese e l’instaurarsi di una produzione responsabile e circolare oggi, permette in Itala un terzo di riduzione sull’impatto ambientale

Questo è solamente uno dei numerosi messaggi espressi durante l’evento nazionale di ASviS sul Goal 12 svoltasi a Taranto lo scorso 29 Maggio. AISEC insieme a NeXt Nuova Economia per Tutti ed ASviS, è stato coordinatore di tale evento che ha visto la sponsorizzazione e partecipazione attiva di Carlsberg Italia. L’evento ospitato dalla Camera di Commercio di Taranto è stato un importante momento di formazione, networking e riflessione trasversale. Hanno risposto all’appuntamento numerosi imprenditori, docenti universitari, responsabili delle Istituzioni e studenti pronti a confrontarsi e parlare di nuovi modelli di finanza, produzione e consumo responsabili.

La Tavola Rotonda sulla “Produzione Responsabile” è stata moderata dal nostro Presidente Eleonora Rizzuto, che non solo ha coordinato i numerosi interventi da parte degli esperti ma ha anche portato all’attenzione il modello imposto dall’Economia Circolare. Al termine dell’evento la Dottoressa è stata intervistata dal Telegiornale TRMH24  alla quale ha risposto diverse domande sull’importanza dell’Economia Circolare a livello territoriale.

Quello che è emerso, sono le concrete possibilità ed opportunità che un modello sostenibile e circolare possa generare a livello industriale, ovvero in grado di creare una rete territoriale e di coinvolgere diversi stakeholders. Sotto questo aspetto quindi, l’economia circolare può proporre soluzioni innovative ed efficaci per le presenti problematiche territoriali. La messa in rete di conoscenze, di competenze e di lavoratori permette lo sviluppo di un modello circolare oggi quasi sconosciuto in molti territori italiani ma già presenti ed avviati in alcuni.

La Dottoressa Eleonora Rizzuto inoltre aggiunge come “Il Sud e la Puglia in particolare, rappresentano una grande possibilità di resilienza in questo settore e tali territori rappresentano un laboratorio a cielo aperto, un’officina vivace e reale dove possono scaturire numerose opportunità nell’immediato. La volontà è considerata la chiave di svolta per la diffusione e sviluppo di nuovi modelli di produzione, consumo e finanza responsabile e, grazie all’impatto rivoluzionario dell’Economia Circolare, cambiare oggi il processo produttivo diventa sempre più una realtà piuttosto che un’utopia”.

Segui l’intervista integrale del nostro Presidente nel video qui sotto e segui tutti gli aggiornamenti e articoli riguardanti l’Economia Circolare sui nostri canali social media (Twitter, LinkedIn e Facebook).

Programma Europeo Urban Innovative Action-Aquila 2017.

Di Michael Ceruti

Si è concluso con successo il workshop tenuto dal 6 all’8 Marzo a l’Aquila e finalizzato all’identificazione e definizione di un progetto innovativo nell’ambito dell’Economia Circolare. L’iniziativa lanciata dal Comune dell’Aquila,  e supportata dalla Scuola di Management non-profit  ASVI Social Change, ha come obiettivo quello di rafforzare il tessuto socio-produttivo della città in linea con l’opportunità di finanziamento del programma europeo Urban Innovative Action (UIA). Alla manifestazione di interesse lanciata dal Comune dell’Aquila  hanno aderito 33 tra pubbliche amministrazioni, associazioni e società di settore che hanno partecipato attivamente ai lavori del workshop dando il proprio contributo nello sviluppare idee innovative e sostenibili.

AISEC ha  risposto all’invito in linea con la sua missione di promuovere e sviluppare progetti fondati sull’economia circolare, che risulti inclusiva e sostenibile ed ha partecipato ai lavori con Egidio Bernini e Michael Ceruti. Gli organizzatori, le istituzioni e tutti gli stakeholders si sono dati appuntamento il 6 Marzo al Palazzo Fibbioni, sede del comune dell’Aquila. Dopo le presentazioni ed il saluto di benvenuto ufficiale da parte dell’Amministrazione Comunale, AISEC ha introdotto ai presenti i principi dell’economia circolare spiegando come il passare da un economia lineare ad una circolare sia un aspetto cruciale se si ha come obiettivo quello di minimizzare gli impatti negativi sull’ambiente, sulla società e sull’economia. AISEC ha inoltre sottolineato come ci sia il bisogno di enormi sforzi nel superare la concezione dell’economia lineare, così fortemente radicata in noi, per ridurre non solo l’estrazione ed il consumo delle risorse naturali sempre più scarse, ma anche nel proporre una nuova visione del rifiuto che dovrebbe essere considerato non più come uno scarto ma piuttosto come un’opportunità nel generare benefici.

Sotto la guida dell’Ing. Alessio di Carlo coadiuvato da alcuni giovani corsisti del Master Internazionale Project Management for International Cooperation, le giornate si sono strutturate in fasi alterne, passando da sessioni di gruppo composti da 5-7 persone ciascuno, a sessioni in plenaria. Il primo giorno si conclude identificando i problemi, le carenze e le molteplici difficoltà che si sono create in seguito al terremoto, ma si è anche discusso sulle potenziali soluzioni e strategie necessarie per far ripartire il tessuto socio-produttivo aquilano.

Il secondo giorno il workshop si è trasferito dal palazzo Fibbioni alla sede della Confederazione Nazionale dell’Artigianato (CNA). Dopo aver riassunto i messaggi chiave discussi nel primo giorno ed aver accorpato le numerose tematiche sotto 5 macroaree, si è passati alla formazione di nuovi gruppi di lavoro, uno per ciascuna delle cinque macroaree identificate: Investimenti, spazio urbano, piattaforma e comunità, piccola e media impresa e governance. Per ogni macroarea si richiedeva ai partecipanti, coadiuvati da facilitatori, di identificare e discutere almeno 3 argomenti innovativi connessi alla tematica dell’economia circolare.

I risultati sono stati finalizzati nel terzo giorno, dove ciascun facilitatore ha illustrato gli argomenti trattati nel proprio gruppo assieme alle diverse idee sviluppate. Per concludere il workshop l’Ing. Di Carlo,  ha raggruppato le proposte e ha tracciato una bozza di progetto che, nelle prossime  settimane verrà finalizzato, formalizzato e presentato prima del 14 di Aprile, data di scadenza del bando europeo.

I saluti ed i ringraziamenti da parte dell’Amministrazione Comunale concludono tre giorni intensi di workshop con la speranza e l’augurio che il lavoro partecipativo di tutti gli stakeholders si traduca nella presentazione di un progetto che ottenga il finanziamento e sia implementato con successo e raggiunga il suo obbiettivo di migliorare il tessuto socio-economico della città.

Per maggiori informazioni sul workshop è possibile consultare il report del Comune dell’Aquila cliccando il seguente link: http://www.comune.laquila.gov.it/pagina1640_programma-uia.html