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Pubblicato il Primo Position Paper sul Goal 12 presentato alla Camera di Commercio di Taranto lo scorso 29 Maggio

Nell’ambito della seconda edizione del Festival dello Sviluppo Sostenibile, AISEC co-coordinatore del Goal 12, ha organizzato insieme a NeXt Nuova Economia per Tutti ed ASviS, una giornata dedicata interamente ai temi della produzione e del consumo responsabile. Un evento importante all’interno dei 17 giorni di Festival 2018 che ha visto la partecipazione di molti esponenti del mondo produttivo, del consumo e del risparmio, a testimoniare quanto il nodo della sostenibilità nelle scelte collettive ed individuali di aziende e cittadini sia cruciale per il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030. L’evento di Taranto è stato organizzato in due parti:

La mattina di carattere più istituzionale, nella quale il Gruppo di Lavoro del Goal 12 (GDL), di cui noi facciamo parte, ha presentato il primo position paper italiano sul Goal 12 con lo scopo di creare un quadro di riferimento condiviso sui temi della Finanza, Produzione e Consumo Responsabile. I tre temi affrontati durante l’evento, attraverso la realizzazione di tre tavole rotonde, sono stati discussi dagli esperti presenti e provenienti dal mondo dell’impresa, delle Istituzioni, dell’ Università e del Terzo Settore. Non solo si è partiti dal conferire una definizione univoca e condivisa della declinazione “responsabile” di finanza, produzione e consumo, ma gli invitati sono stati anche chiamati a confrontarsi sulle normative ed esperienze più significative già presenti sul nostro territorio fino a giungere a delineare delle proposte di sviluppo sostenibile per le Istituzioni locali.

Il pomeriggio invece si è passati ad una fase più pratica e partecipativa, che ha visto non solo l’organizzazione del primo Hackathon per lo Sviluppo Sostenibile presso l’Università Aldo Moro di Bari dedicata ai giovani studenti pugliesi, ma anche ad una continuazione dei tavoli di lavoro, per quanto riguarda il GdL Goal 12, con lo scopo di sviluppare delle concrete proposte (per ogni singola tematica: finanza, produzione e consumo responsabile) da realizzare entro il prossimo Festival di Sviluppo Sostenibile che sarà organizzato nel 2019.

Il Position Paper fornisce quindi un quadro di riferimento condiviso sui temi della Finanza, Produzione e Consumo Responsabile, partendo da una sintesi di normative ed esperienze per giungere a formulare proposte operative per il contesto italiano. Una “guida” in continuo aggiornamento per enti finanziari, imprese, organizzazioni e cittadini per declinare i target presenti nel Goal 12 con un linguaggio e delle strategie comuni, evidenziando le aree di priorità e le scelte operative e di comunicazione delle organizzazioni componenti del GDL del Goal 12 di ASVIS.

Per leggere ed accedere al Position Paper sul Goal12, basta accedere al link condiviso qui sotto:

Position Paper Goal 12(1)

Buona lettura!

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L’Economia Circolare: nuova frontiera per la Responsabilità Sociale d’Impresa

di Eleonora Rizzuto

La responsabilità sociale di impresa (Corporate social responsibility – Csr) è quel comportamento responsabile che l’impresa mostra verso i suoi stakeholder, ovvero verso soggetti, individuali o collettivi, portatori di interessi verso l’impresa con i quali quest’ultima interagisce direttamente o indirettamente: lavoratori, fornitori, consumatori, istituzioni, pubblica amministrazione, sindacati, tutti attori del territorio e dell’ambiente di riferimento.

Secondo questo approccio, un’impresa è socialmente responsabile se e quando agisce in modo da coniugare i propri interessi e quelli di tutte le parti interessate o legate ad essa. Il comportamento socialmente responsabile di un’impresa, dunque, si riverbera in primis nel rispetto delle norme e regole relative alla dimensione del lavoro, all’ambiente e della sua sostenibilità, al rapporto clienti-fornitori, alle strategie di gestione d’impresa, al rapporto con i lavoratori e con i consumatori. Ma può andare anche oltre talvolta. Spesso la CSR può rappresentare una leva importante di rinnovamento e di innovazione anche tecnologica, quando essa coniuga processi e modalità che intaccano direttamente le produzioni.Ma in che modo si concretizza tutto questo?

La sfida per la costruzione di “un’altra economia” attribuisce alle imprese un ruolo di attore sociale inedito quanto fondamentale per poter creare nuovi valori accanto a quello economico.

La transizione verso un nuovo modello industriale è già partita e molto sta cambiando all’interno delle imprese: anche chi fino a qualche anno fa assisteva un po’ scettico al cambiamento, oggi non la pensa più così. I consumatori stessi chiedono prodotti ove sia chiara la tracciabilità e quindi vogliono conoscere se l’azienda che produce rispetti l’ambiente e non impieghi manodopera in nero.  Quando molti di noi più dieci anni fa hanno lasciato i rispettivi lavori investendo pioneristicamente nello sviluppo sostenibile, si aveva di fronte una strada solo in salita e molto ripida. Parafrasando il linguaggio calcistico, si aveva l’impressione di giocare sempre partite diverse, sempre fuori casa e senza arbitro. La sostenibilità sociale ed ambientale ha in sé elementi importanti che conducono a sedare i conflitti, a costipare la forza detonatrice degli interessi contrapposti, passando attraverso un nuovo modo di tessere le relazioni tra datore di lavoro e lavoratore, tra impresa produttrice e acquirente-cliente, tra impresa che consuma materie prime e le re-immette in circolo attraverso il riciclo e così via. Si torna a dialogare su piattaforme comuni, in grado di aggregare e non di dividere. In gioco c’è la stessa sopravvivenza dell’intero Eco-Sistema ambientale e sociale. Il profitto può essere re-investito in Sostenibilità e ciò, per la prima volta, a beneficio di tutti gli attori; al contrario, la compresenza di interessi contrapposti è fondamentale per garantire il pieno equilibrio dei tre ambiti in cui la Sostenibilità si sostanzia: la sostenibilità economica, sociale ed ambientale.

Se si vuole affrontare la transizione della CSR verso un modello concreto di sviluppo sostenibile, non si può non citare l’economia circolare anche come fattore di crescita della domanda di lavoro.

La definizione di “economia circolare” ha fatto la sua prima comparsa a metà degli anni ’70 all’interno di un rapporto presentato alla Commissione europea. Il concetto che sta alla base e che segna un distacco netto dalle dinamiche dell’economia tradizionale è la non linearità dei processi che assumono quindi una dimensione “rigenerativa”, in assoluta identità con i cicli di vita biologici presenti in natura in grado di recuperare materia viva anche a fine vita. Tale modello si è diffuso molto a livello mondiale entrando, di fatto, nelle politiche di sviluppo di molti Paesi, dando anche vita ad azioni preventive come la progettazione dei prodotti di consumo in modo da renderli più idonei al disassemblaggio e al recupero di materiale.

La crescente consapevolezza dei gravi danni causati dalle attività umane all’ecosistema del nostro pianeta e la presa di coscienza della necessità di assumere come fondativi elementi quali la difesa dell’ambiente naturale e della biodiversità e la tutela delle comunità, ha gradualmente portato all’elaborazione di nuove concezioni di sviluppo che superano i concetti alla base della cosiddetta economia lineare, nell’ottica di una piena sostenibilità economica, ambientale e sociale, nell’assunto che se solo una di queste componenti fallisce, decade l’intero sistema.

L’ Economia Circolare è, quindi, un modello economico che va al di là dei meri perimetri aziendali e che implica modifiche profonde di processo importanti non solo all’interno delle aziende che vogliano dotarsi di tale modello ma anche nelle relazioni tra gli attori citati.

Nel microcosmo aziendale, che è in grado di incidere anche su un piano macroeconomico, si rispettano tre assiomi: il primo incide profondamente nella produzione e implica talvolta grandi investimenti in ricerca e sviluppo nella determinazione di una versione del prodotto e del suo packaging in chiave di riutilizzo (l’eco-concezione del prodotto); il secondo aspetto risiede nel ricorso esclusivo ad energie rinnovabili; il terzo deve naturalmente riguardare la propensione a minimizzare gli scarti di produzione, con l’obiettivo dei rifiuti zero. Si comprende facilmente come questi tre obiettivi coinvolgano concretamente l’azienda, i lavoratori, i sindacati, i consumatori, le istituzioni e in grande misura le università ed i centri di ricerca per le necessarie soluzioni innovative di prodotto.

Nasce in Malesia il Jeffrey Sachs Centre, primo in Asia per lo sviluppo sostenibile

L’importante polo di ricerca alla Sunway University, nei dintorni di Kuala Lampur, ha avviato la propria attività grazie alla donazione di 10 milioni di dollari da parte della Fondazione Cheah Jeffrey.

Sotto la direzione dell’economista statunitense Jeffrey Sachs nasce in Malesia il Centro per lo Sviluppo sostenibile alla Sunway University: è il primo del suo genere in Asia.

L’istituzione del Jeffrey Sachs Centre presso l’Ateneo nei dintorni di Kuala Lampur sottolinea nuovamente l’attenzione e l’impegno del Paese asiatico alle tematiche di sviluppo sostenibile, così come ribadito dal primo ministro della Malesia, Najib Razak, per cui “Il Centro rafforza l’impegno del governo per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile e rappresenta un catalizzatore per mobilitare la collaborazione globale, in particolare tra le nazioni del Sudest asiatico, per il raggiungimento dei 17 SDGs dell’Onu”.

Tra le attività previste nel Centro, infatti, c’è lo sviluppo dei collegamenti con le principali università e think tank in Malesia e nel resto del mondo, la selezione dei migliori esperti, studiosi, docenti e progetti nel campo dello sviluppo sostenibile.

La creazione del Jeffrey Sachs Centre è stata possibile grazie alla donazione di 10 milioni di dollari da parte della Fondazione Cheah Jeffrey, struttura molto attiva nel campo dell’istruzione privata superiore in Malesia, pensata sul modello di alcune delle università più rinomate al mondo, come ad esempio quella di Harvard.

Finora questa donazione rappresenta il più consistente impegno finanziario sull’istruzione nell’ambito dell’adozione dei 17 gol delle Nazioni Unite.

ECONOMIA CIRCOLARE: confrontarsi con i limiti della crescita economica lineare

UNA STRATEGIA CONCRETA DI SVILUPPO ECONOMICO PER LE IMPRESE CHE PUO’ CAMBIARE IL MODO DI PRODURRE E DI CONSUMARE di Egidio Bernini


Il concetto di “Economia Circolare” si è diffuso da qualche anno e recentemente ha acquistato un notevole impulso differenziandosi da altri concetti simili che ruotano intorno al mondo dello sviluppo sostenibile.
Va subito detto che non vi è una definizione condivisa dell’economia circolare e non è semplicissimo orientarsi tra altri concetti similari che presentano diversi punti in comune e alcune vere e proprie sovrapposizioni, tra i quali i piu’ noti sono:

  • SviluppoSostenibile
  • Green Economy
  • TransizioneEcologica
  • Economiadellafunzionalità
  • Life Cycle Thinking
  • EcologiaIndustriale
  • Responsabilitàestesadelproduttore

In questa sede non si vuole fare un’analisi critica delle analogie e delle differenze[i], ma presentare alcune caratteristiche salienti dell’economia circolare che, a parere di chi scrive, rendono questo concetto un utile strumento sia per l’elaborazione di politiche di sostenibilità, sia nell’elaborazione strategica e di valore per il mondo imprenditoriale della produzione industriale.

Anche se ha avuto un impulso relativamente recente, l’economia circolare non è un concetto nuovo. Il termine “circular economy” in sèè stato usato per la prima volta in tempi relativamente recenti: nel 1990 nel libro “Economics of Natural Resources and the Environnement” dei due economisti britannici David W. Pearce e R. Kerry Turner[ii]. Ma occorre risalire piu’ indietro nel tempo per trovare le idee fondanti che si sono poi sviluppate in tale concetto. Non vi è dubbio che all’origine vi siano le prime idee della necessità di confrontarsi con la finitezza del pianeta e delle sue risorseche si possono trovare nel saggio del 1966 di Kenneth Boulding  “The Economics of the ComingSpaceship Earth”[iii]e anche nel lavoro pionieristico del Club di Roma con il famoso rapporto del 1972 “The Limits to Growth”.[iv]

In queste opere fondamentali si metteva in risalto il problema che è alla base dell’idea di economia circolare: quello della limitatezza delle risorse naturali e della capacità dell’ambiente di assorbire i rifiuti prodotti dal metabolismo industriale.

Dopo oltre quarant’anni da questi autorevoli primi campanelli d’allarme, rimasti sostanzialmente inascoltati, il nostro sistema economico dominante è ancora fondamentalmente basato suun modello lineare (rappresentato in figura).

pesci

Nel modello lineare le materie prime sono estratte dalla natura e utilizzate per produrre beni e servizi che vengono consumati e alla fine eliminati come rifiuti.

In un mondo dalle risorse finite, tale modello lineare, che pure ha permesso un progresso accelerato del benessere di una gran parte dell’umanità, si sta rivelando insostenibile e prossimo al raggiungimento dei limiti fisici.

Le principali criticitàcon cui il modello lineare si sta scontrando sono:

  • Scarsità delle risorse
  • Volatilità dei prezzi delle risorse naturali e instabilità degli approvvigionamenti di materie prime
  • Valore perduto di materiali e prodotti
  • Rifiuti generati
  • Degrado ambientale e cambiamento climatico

 Negli ultimi anni, con la crescita senza precedenti della domanda di risorse naturali, si sono evidenziati dei significativi limiti che hanno portato a mettere in discussione per la prima volta tale sistema economico e, conseguentemente, si è iniziato a sviluppare il concetto di economia circolare come risposta alla crisi del modello lineare tradizionale.

Oggi, globalmente, consumiamo risorse e generiamo rifiuti come se avessimo a disposizione non un solo pianeta, ma più di un pianeta e mezzo. Nel 2015, l’Earth Overshootday, il giorno del sovrasfruttamento della Terra, è stato il 13 agosto. Ciò significa che, in meno di otto mesi, l’umanità ha consumato completamente il budget di beni e servizi (vegetali, frutta, carne, pesce, legna, cotone, capacità di assorbimento di CO2 e di altri inquinanti, ecc…) che il pianeta Terra può fornire in un intero anno.Inoltre, per diverse risorse non rinnovabili, come i combustibili fossili, le riserve sono già fortemente intaccate. Di parecchi metalli stiamo esaurendo i depositi più abbondanti e più facili da utilizzare.

Dai limiti del modello economico lineare emerge la necessità di un modello economico completamente diverso che puo’ tentare di dare delle risposte concrete a tali limiti.
L’economia circolare in sostanza propone il superamento del modello lineare prendendo in conto il flusso materiale nel ciclo di produzione e consumo con un utilizzo razionale delle risorse naturali col fine di garantire uno sviluppo sostenibile nel tempo.

Pur se non vi è un consenso unanime intorno alla definizione di economia circolare, il quadro in cui si è sviluppata e il coinvolgimento di tutti gli attori dell’attività economica ci fanno capire come sia molto limitata e sostanzialmente errata la definizione che danno alcuni, compresi buona parte dei media, dell’economia circolare come di una sorta di semplice sistema di gestione e riciclo dei rifiuti.

Questo schema, creato dall’ADEME — Changement climatique – transition écologique, énergétique (l’Agenzia francese per l’Ambente e l’Energia), mostra chiaramente i tre domini di applicazione e i sette pilastri dell’economia circolare e l’ambito che copre l’intero ciclo di vita del prodotto.

Schema dell’economia circolare secondo ADEME

La definizione dell’ADEME: L’economia circolare è un sistema economico di produzione e di scambio che, lungo tutti gi stadi del ciclo di vita dei prodotti, mira ad aumentare l’efficacia dell’utilizzazione delle risorse e a diminuire l’impatto ambientale sviluppando allo stesso tempo il benessere delle persone.

Secondo la Ellen MacArthur Foundation l’economia circolare è un modello di economia concepito e progettato per essere rigenerativo. I prodotti sono progettati per essere di lunga durata, facilmente riutilizzabili, disassemblati, ri-fabbricati e, in ultima istanza, riciclati.

L’economia circolare ambisce a mantenere i prodotti, i componenti e i materiali al loro piu’ alto contenuto di valore in ogni stadio del loro ciclo di vita. Questo concetto è ben visibile nello schema di funzionamento dell’economia circolare, il cosiddetto “diagramma farfalla” per via della sua caratteristica forma, che è stato elaborato sempre dalla fondazione Ellen MacArthur sulla base del lavoro del chimico tedesco Michael Braungart e dell’architetto americano WilliamMcDonough che hanno creato,alla fine degli anni ’80, il concetto di Cradle to Cradle (dalla Culla alla Culla) o C2C.

Nel 2010 è stata creata la Fondazione Ellen MacArthur che ha concentrato la sua azione per mostrare come l’economia circolare non sia soltanto un sistema capace di rispondere ai limiti ambientali ma vi siano anche delle enormi opportunità economiche per il mondo imprenditoriale e per gli altri “stakeholders”. Il suo sito www.ellenmacarthurfoundation.org/circular-economy è ricchissimo di studi, nuovi modelli di business, progetti e casi di studio intorno allo sviluppo dell’economia circolare.

Schema dell’economia circolare: il “diagramma farfalla” da Ellen MacArthur Foundationwww.ellenmacarthurfoundation.org

Nel diagramma si distinguono a sinistra il ciclo biologico e, a destra, il ciclo tecnico dei materiali. L’economia circolare mira a ottimizzare il flusso di materiali in entrambe i cicli. Nel ciclo tecnico occorre prolungare la vita dei materiali, sottoporli a manutenzione, riutilizzarli/ridistribuirli, ricondizionarli/rifabbricarli e, solo in ultima istanza, riciclarli come materie prime secondarie. E’ importante sottolineare che piu’ “interno” è il ciclo nel diagramma, piu’ alto è il contenuto di valore del materiale che resta all’interno del ciclo tecnico. Quindi il valore che si riesce a conservare è più alto nel prolungamento/manutenzione del prodotto e va diminuendo fino al riciclo dei materiali che rappresenta, nella logica dell’economia circolare, il processo di ultima istanza.

Come si accennava prima, l’economia circolare ha l’ambizione di rivolgersi al mondo imprenditoriale con dei progetti la cui realizzazione porta del valore aggiunto all’impresa in almeno quattro modi diversi: c’è il valore economico diretto nell’approvvigionamento di materie prime: qui è abbastanza ovvio il vantaggio economico di mettersi al riparo dalla volatilità dei prezzi delle materie prime e diminuire anche i rischi nell’approvvigionamento. C’è il valore ambientale che, opportunamente comunicato, può far acquisire importanti vantaggi in termini di fidelizzazione dei clienti. C’è il valore per il cliente che riceve un beneficio diretto: per esempio nel ritornare al produttore un prodotto usato riceve in cambio un servizio o un prodotto nuovo o rigenerato. C’è un valore di informazione che è forse meno ovvio degli altri ma altrettanto importante; quando ritornano al produttore dei prodotti usati, il produttore può ottenere da questi importanti informazioni sull’uso e consumo che i clienti fanno dei prodotti stessi; informazioni utilissime per migliorare il prodotto stesso.

Anche la Commissione Europea ha recentemente adottato (Dicembre 2015) la cosiddetta “Circular Economy Package” con lo scopo di stimolare la transizione dell’economia europea verso un sistema circolare che puo’ favorire la competitività, la crescita economica sostenibile e generare nuovi posti di lavoro.

Questa breve panoramica non vuole essere esaustiva di un argomento complesso ma non v’è dubbio che l’economia circolare avrà sempre piùun ruolo importante per tentare di raggiungere quel disaccoppiamento fra sviluppo economico e consumo di risorse finite che è diventato ineludibile.


Note:

[i] Per chi fosse interessato ad approfondire, un’analisi critica del concetto di Economia Circolare si trova in “Circular Economy: a critical literaturereview of concepts” – CIRAIG – October 2015.

[ii]David W. Pearce e R. Kerry Turner “Economics of Natural Resources and the Environment”, Pearson Ed. 1990

[iii] Kenneth Boulding  “The Economics of the Coming Spaceship Earth“, 1966 

[iv] Meadows, D. H.; Meadows, D. L.; Randers, J.; Behrens III, W. W. (1972), The Limits to Growth: a report for the Club of Rome’s project on the predicament of mankind, Universe Books. Il pdf del libro originale puo’ adesso essere scaricato liberamente dal sito del Donella MeadowsInsitute:

OECD publications: “Gestione efficiente dei rifiuti”

Il nuovo rapporto sulla gestione efficiente dei rifiuti, pubblicato la scorsa settimana da OECD, aggiorna il "Guidance Manual for Governments on Extended Producer Responsibility (EPR)"del 2001, che ha fornito un'ampia panoramica delle questioni fondamentali, considerazioni generali, ed i potenziali benefici ei costi associati alla responsabilità del produttore nella gestione dei rifiuti. Dal 2001, le indicazioni fornite hanno contribuito a migliorare il sistema di riciclo dei materiali e ridurre lo smaltimento in discarica e sono state ampiamente adottate nella maggior parte dei paesi OCSE e negli ultimi anni anche dalle economie emergenti. Importanti risultati si sono ottenuti in settori chiave come l'imballaggio, l'elettronica, le batterie e i veicoli. Il manuale è disponibile a pagamento, previa registrazione sul sito della casa editrice OECD, ad un prezzo ridotto del 30% fino al 23 Ottobre 2016.

 

Presentazione del Primo Rapporto dell’ASviS

Asvis ha annunciato la presentazione del suo primo rapporto. Dopo un anno dalla firma dell’Agenda dell’ONU sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, da raggiungere gli Obiettivi entro il 2030, ci si chiede quale possa essere il contributo dell’Italia e di ognuno di noi per avviare il nostro Paese verso un futuro sostenibile da un punto di vista socio-economico ed ambientale.

Il Rapporto dell’ASviS, realizzato grazie al contributo dei suoi 130 aderenti, offre un primo quadro della situazione italiana rispetto agli impegni sottoscritti e formula raccomandazioni alle istituzioni politiche e agli altri attori della società italiana per disegnare la Strategia per lo sviluppo sostenibile.

La presentazione è prevista mercoledì 28 settembre alle 10 nella Sala della Regina della Camera dei Deputati, nell’ambito della quale si terrà una tavola rotonda alla quale parteciperanno esperti e rappresentanti del mondo politico e istituzionale.

 

 

Economia circolare e occupazione – Tre scenari per l’Italia

Qu1_jobs20europe20cover20a4377px20wideasi un anno fa, in uno dei primi post di questo blog, abbiamo parlato di uno studio UK che indagava i possibili effetti sull’occupazione di politiche che favorissero modelli di produzione più circolari e abbiamo visto come le previsioni fossero molto interessanti. Riparazione e rimanifattura ad esempio, essendo operazioni ad alta intensità di lavoro, sembrano poter riassorbire parte della manodopera espulsa dai cicli produttivi del manifatturiero. Lo studio evidenziava una sorprendente concordanza tra competenze ad oggi inutilizzate causa deindustrializzazione e competenze richieste da questi nuovi settori.

Qualche giorno fa   Green Alliance  ha pubblicato un altro studio redatto secondo la stessa medodologia, e questa volta tra i casi studiati insieme a Polonia e Germania c’è anche l’Italia.

E’ un’occasione preziosa per capire un po’ meglio quali effetti potrebbero avere sull’occupazione politiche più o meno spinte sul tema dell’economia circolare da qui al 2030.

Il quadro che ne esce è piuttosto incoraggiante

Green alliance occupation Italy.JPGVengono analizzati tre scenari: il primo assume che non vengano prese ulteriori iniziative volte a favorire l’economia circolare oltre a quelle attuali. Il secondo immagina uno sviluppo in linea con il pacchetto europeo di proposte recentemente presentato (o meglio, la sua versione 2014), mentre il terzo immagina uno sviluppo molto più accentuato di tutti i settori legati alla circular economy.

Nello scenario peggiore, quello in cui di fatto si spegne l’interesse verso questi temi, la stima è di 35000 posti di lavoro creati da qui al 2030, di cui 18000 nuovi, cioè ruoli che non vanno a sostituire lavori esistenti. Nello scenario intermedio si arriva a 220.000 occupati di cui 89.000 nuovi. Lo scenario più ottimistico parla di 541.000 occupati nella circular economy in Italia al 2030, di cui 199.000 sarebbero nuovi occupati.

Ma non è tutto.

  • Il 92% di questi lavori sarebbero occupazioni destinate a durare anche nei prossimi decenni, contrastando quindi in parte la tendenza allo svuotamento della domanda di lavoro per le qualifiche intermedie prevista  un po’ unanimemente nei prossimi anni e in parte già in corso.
  • Due terzi di questi lavori si produrrebbero nelle regioni del sud e nelle isole, contribuendo a bilanciare un divario sempre più marcato

Queste previsioni fanno leva, nello scenario migliore, su un grande sviluppo della bioeconomia in Italia, settore nel quale l’Italia sembra avere ottime possibilità di crescita, che contribuirebbe a rivitalizzare il settore agricolo nel sud Italia contribuendo a ridurre il gap occupazionale con il nord industrializzato. Le occupazioni “circolari” intorno alla bioeconomia potrebbero largamente superare la stima già ottimistica del terzo scenario, che prevede un raddoppio di queste attività, anche grazie alla previsione di un ulteriore sviluppo del settore delle bioplastiche.

Lo studio dice anche un’altra cosa molto importante, e cioè che questi risultati non arriveranno da soli. Il terzo scenario porta a risultati fino a 15 volte migliori dello scenario in cui non vengono effettuati nuovi interventi. L’impegno strategico per lo sviluppo dell’economia circolare è cruciale perché questa forma di economia prenda piede.