Author Archives: Eleonora Rizzuto

Burocrazia: perché danneggia lo sviluppo dell’Economia Circolare

La lettera E) dell’art 15 del disegno di legge 6 settembre 2018 che recepiva le nuove direttive europee sull’economia circolare prevedeva di riformare e semplificare il quadro normativo dell’istituto della cessazione della qualifica di rifiuto, ossia del cosiddetto “End of Waste” e soprattutto di armonizzare le attività di controllo tra Stato, Regioni, Enti. Riformare, Semplificare, Armonizzare sono le parole-chiave per una transizione verso il modello economico circolare, nemico di eccessi in burocrazia.

È di pochi giorni fa la notizia del riavvio dell’ ”end of waste” cosiddetto caso per caso previsto dall’emendamento al decreto legge crisi aziendali, appena approvato al Senato. Con questo emendamento, da una parte si risolve lo stallo dovuto alla sentenza 1229/2018 del Consiglio di Stato e alla legge “sblocca cantieri” (55/2019), dall’altra resta invece un pesante carico burocratico – di kafkiana memoria – a carico delle imprese di smaltimento che debbono sottostare a controlli a campione per verificare se operino nel rispetto delle autorizzazioni. Tali controlli possono durare 60 giorni, a cui si aggiungono ulteriori 60 giorni in caso di esito negativo entro cui il Ministero dell’Ambiente può chiedere l’adeguamento dell’impianto pena la revoca dell’autorizzazione.

In breve e semplificando, a fine vita di un prodotto, le materie in esso contenute possono attendere più di 4 mesi per poter essere qualificate eligibili per una seconda vita e quindi superare l’esame dell’impatto ambientale o sulla salute umana derivanti dal riutilizzo della sostanza in altri processi produttivi.

I controlli a campione di Ispra o Arpa sulla conformità di quanto entra, di come viene processato e di quanto esce rispetto all’autorizzazione ed alle condizioni per la cessazione della qualifica di rifiuto sono fondamentali. Sia chiaro il concetto dell’importanza del Controllo, attività fondamentale in uno Stato di diritto. Ma sia detto in modo chiaro che tempistiche eccessivamente onerose rischiano di far cadere le buone prassi in corso rendendo incerta la transizione verso il modello economico circolare.

Alcuni esempi che richiedono semplificazione, certezza nei tempi ed efficienza:

Blockchain

L’applicazione della Blockchain, oggi già conosciuta nel mondo finanziario, si sta rapidamente espandendo anche nell’industria in supporto alle attività di gestione della supply chain. Nel caso del manufacturing (industria di processo continuo), l’obiettivo è di ottimizzare le attività produttive, distributive, di tracking e controllo della qualità e autenticità dei prodotti. La cosiddetta provenance (verifica dell’origine e dell’autenticità dei prodotti lungo la value chain, per evitare frodi, contraffazioni, e mantenere elevati i livelli di qualità).

L’idea è quella di estendere la blockchain nei processi industriali fino a fine prodotto: dall’estrazione e/o ottenimento di materia prima al prodotto commercializzabile, continuando nelle fasi di smaltimento del prodotto a fine vita, ivi incluso il recupero della materia in esubero o scartata e il suo nuovo ripristino sul mercato in qualità di materia prima seconda.

Le opportunità sono decisamente ampie e riguardano tutte quelle transazioni che richiedono autenticazione, immutabilità e fiducia tra le parti e snellimento nei processi. La si denomina anche tracciabilità end-to-end, una soluzione che grazie alla tecnologia Blockchain autocertifica l’intera tracciabilità della filiera di produzione e la trasformazione dei prodotti.

Rivolgendoci poi al mondo pratico delle Imprese notiamo che nell’Industria del tessile già è in atto un importante progetto pilota sulla Blockchain, con l’istituzione di una Commissione ad hoc presso il Ministero dello Sviluppo Economico composto da luminari del settore; ne conosco personalmente un paio, calibro elevatissimo, ottimo lavoro, grande speranza per tutti noi.

Industria della cosmesi e profumeria

Nel 2018 abbiamo dato avvio con la Divisione Profumi del Gruppo Bulgari al primo caso in Italia in cui si aumentava del 25% la percentuale di materiale destinato a riciclo dei prodotti a fine vita rispetto alle distruzioni;  abbiamo investito tempo e denaro, mettendo in campo le competenze migliori e abbiamo fatto da apripista ad un settore strategico per il nostro Paese. Un caso senza precedenti ma appunto isolato che rischia di perdere valore se nel frattempo non si è in grado di fornire all’Industria un “Sistema”, l’humus normativo e regolamentatorio adatto alla crescita di pratiche virtuose dell’End of Waste, deburocratizzato e dai tempi certi.

Alleanza Italiana per l’Economia Circolare

Altro esempio che dimostra come l’Industria italiana sia pronta ad accogliere la sfida dell’economia circolare è l’attività progettuale che stiamo mettendo in pratica tra diverse aziende, di diversi settori merceologici, in modo che lo scarto dell’una diventi materia prima dell’altra. Sono aziende che hanno siglato un Manifesto, già presentato in Confindustria nel novembre 2017, presentato ad Ecomondo nell’edizione 2018 e che si appresta ad essere promosso nelle sedi istituzionali italiane ed internazionali a suffragio di un modo di ripensare il Made in Italy in tutte le fasi. Siamo profondamente convinti che l’eccellenza della nostra manifattura che contraddistingue il “saper fare” italiano dal resto del mondo, non venga tradita proprio nel fine vita di un prodotto. Il Manifesto ha avuto come primi firmatari: Enel, Ferragamo, Intesa, Bulgari, Fater, Novamont, Eataly, Accenture, Costa.

L’Economia Circolare in Italia

L’obiettivo di dare vita a un sistema di economia circolare rappresenta un cambiamento di paradigma che coinvolge aspetti normativi, produttivi, organizzativi e distributivi e di consumo. La rilevanza di questo cambiamento radicale implica infatti anche una ricaduta significativa sulla vita quotidiana dei cittadini e sulle abitudini di milioni di consumatori oltre che delle Imprese.

L’ Economia Circolare è, dunque, un modello economico che trascende i singoli perimetri aziendali e che implica modifiche profonde di processo non solo all’interno delle aziende che vogliano dotarsi di tale modello ma anche nelle relazioni tra gli attori citati.

L’Italia rappresenta per storia, tradizione e geografia il contesto ideale per lo sviluppo del modello economico circolare ma necessita di una strategia nazionale globale affinché si affronti il cambio di passo in modo sistemico e condiviso.

AISEC (Associazione Italiana per lo Sviluppo dell’Economia Circolare) è un’associazione non-profit fondata nel 2015 dedita esclusivamente alla promozione, diffusione ed applicazione del concetto di economia circolare in Italia, nella convinzione che l’economia circolare consenta di perseguire un modello di sviluppo in grado di instaurare un nuovo tipo di relazione tra produzione e consumo, un vero cambio di passo nell’integrazione tra politiche ambientali ed economiche, basato sul ciclo di vita dei prodotti e incentrato sul recupero di ogni singola e preziosa materia prima.

Di recente l’Associazione si è fatta promotrice, con l’ausilio di un ente di ricerca e di una società di certificazione, di un’indagine conoscitiva tra le imprese italiane per testare il grado di conoscenza del modello e della sua applicazione pratica.

Il ruolo dell’Impresa

L’impresa, unitamente agli altri attori coinvolti nel ciclo produttivo, può contribuire al cambio di passo verso una nuova Economia Circolare e Responsabile attraverso pratiche e modelli produttivi a forte impatto rigenerativo, per se stessa e per la comunità del suo indotto, con moltiplicatori sociali importanti.

Fare di necessità virtù, riuscire a trasformare un esubero o un rifiuto in una “risorsa”, pensare un prodotto in chiave rigenerativa: questi i cardini principali dell’economia circolare, il modello di sviluppo che abbandona il modello lineare di produzione, uso e rifiuto, e che mira a chiudere i cicli. Non solo riuso, quindi, ma anche differenziare, riciclare e, soprattutto, pensare e progettare i prodotti in modo tale che, una volta arrivati a fine ciclo vita, possano essere facilmente disassemblati, riciclati, o riutilizzati per altri fini.

L’idea dell’economia circolare si è progressivamente evoluta e allargata e oggi riguarda molti settori merceologici.

I vantaggi dell’economia circolare sono molteplici: si consumano meno risorse e quindi si produce in modo più efficiente, si risparmiano energia ed emissioni, si scambia materia.

Dal recupero industriale di rifiuti si ottengono materie prime seconde che poi possono venire usate dal settore manifatturiero che in questo modo riesce anche ad ottimizzare i costi.

Nel momento in cui si pensa ad un nuovo prodotto si pensa già a tutto il suo ciclo di vita, anche a come lo si potrà riusare nel momento in cui non sarà più in grado di svolgere la sua funzione primaria. Per fare un esempio: ad oggi una delle difficoltà maggiori che si incontrano nell’applicazione pratica dell’economia circolare è data dal fatto che la maggior parte degli oggetti in uso è frutto di un processo di assemblaggio molto complesso, al punto che diviene poco conveniente e utile disassemblarlo per riusarne parti utili. Un esempio è quello del settore della profumeria e della cosmesi, dove il “non venduto” viene ancora totalmente incenerito nel proprio packaging.

Rivisitare la fase del design in chiave circolare significa anche fornire alle imprese competitività. Quindi,

se da una parte, la sfida dell’economia circolare può essere considerata una delle risposte più concrete nei confronti delle materie prime scarse e dell’impatto ambientale, dall’altra essa rappresenta una grande opportunità di business.

Un modo per tradurre in pratica il modello di economia circolare è il ricorso a soluzioni produttive che incentivino il cosiddetto PEF (Product Environmental Footprint) che indica le prestazioni ambientali di un prodotto o servizio nel corso del rispettivo ciclo di vita. Le informazioni relative alla PEF sono fornite con l’obiettivo di ridurre l’impatto ambientale dei prodotti e servizi tenendo conto dell’intera filiera di approvvigionamento, dall’estrazione di materie prime, alla produzione nelle varie fasi, alla gestione del prodotto divenuto rifiuto.

Il concetto che sta alla base e che segna un distacco netto dalle dinamiche dell’economia tradizionale è la dimensione “rigenerativa” in assoluta identità con i cicli di vita biologici presenti in natura in grado di recuperare materia viva anche a fine vita (“restorative by intention” secondo la definizione dell’Unep). Tale modello si è diffuso nelle politiche di sviluppo di molti Paesi dando anche vita ad azioni preventive di progettazione dei prodotti di consumo in chiave di riuso, come, in Italia, sancito dal D.M n. 140/2016 sull’eco-progettazione delle apparecchiature elettriche ed elettroniche.

I risultati dell’indagine tra le imprese italiane

L’iniziativa ha avuto come obiettivo l’approfondimento della propensione delle aziende italiane all’economia circolare. Le aziende italiane hanno sviluppato o stanno sviluppando una coscienza legata ad un concetto di circolarità? Esistono già delle azioni concrete in tal senso? Quali sono le criticità che le aziende stanno incontrando nel loro percorso?

Si è inoltre ritenuto che una raccolta di informazioni sulle esperienze e gli orientamenti delle aziende italiane – oltre a sensibilizzare – aiutasse anche a promuovere il dibattito sullo sviluppo di reti di collaborazioni e partnership, considerato elemento decisivo per lo sviluppo dell’economia circolare.

Il questionario somministrato alle aziende è stato strutturato in quattro macro sezioni. La prima ha riguardato la raccolta di informazioni generali, utili ad identificare il soggetto rispondente; la seconda sezione ha identificato l’approccio all’economia circolare permettendo di entrare in modo pratico nel tema trattato. L’analisi è stata condotta sul se e come l’azienda abbia adottato il modello quali siano le pratiche in atto e quali siano le difficoltà riscontrate.

Nella terza sezione sono stati presi in considerazione diversi parametri per identificare le performance aziendali e gli strumenti adottati per aumentare l’efficienza, l’innovazione e la sostenibilità sul medio-lungo periodo. Nello specifico i quesiti riguardavano: le modalità di monitoraggio delle fonti di energia e dei consumi energetici al fine di ridurre le emissioni; l’adozione/l’utilizzo di un sistema per la valorizzazione di rifiuti, sottoprodotti e materie prime seconde al fine di implementarne il riutilizzo; la valutazione di partnership con altri soggetti della filiera produttiva; lo studio LCA (life cycle-assessment) su prodotti. La quarta sezione, infine, è stata utile per esplorare le aspettative delle aziende, in relazione alle iniziative che sarebbero auspicabili per favorire l’ulteriore diffusione di una cultura orientata all’economia circolare e la realizzazione di iniziative e progetti dedicati.

Il questionario è stato somministrato a un target di circa 30.000 destinatari, di cui circa 1000 hanno dimostrato interesse senza però completare tutte le domande, mentre circa il 10% è arrivato a completare il questionario per intero. Abbiamo interpretato questo dato come un segnale di forte interesse nei confronti del tema (circa 1000 soggetti hanno iniziato a rispondere al questionario) ma non pienamente supportato da conoscenze ed esperienze: in pochi, infatti, avevano sufficienti elementi e dati a disposizione, per poter rispondere alle domande più tecniche. Altre motivazioni potrebbero essere la scarsa sensibilizzazione, la carenza di incentivi che possano condurre le aziende a modificare, o quanto meno a revisionare, i propri processi di business, oltre che gli impedimenti di natura legislativa.

In ogni regione d’Italia abbiamo almeno una organizzazione che ha risposto al questionario, fatta eccezione per la Valle D’Aosta. La regione Lombardia con 34% delle imprese è quella col maggior numero di imprese che hanno risposto al questionario, seguita da Lazio con 12,5% delle imprese ed Emilia Romagna 8%.

È interessante notare come al primo posto tra gli impedimenti percepiti si trovi la mancanza di reti (24.61% degli intervistati).

“Interciclicità” e “dialogo tra industrie” sono due concetti chiave per l’economia circolare: uno scarto di lavorazione può entrare in diversi cicli o in filiere diverse rispetto a dove è stato generato; ne consegue che la creazione di reti è il passaggio fondamentale sul quale occorrerà concentrare gli sforzi per dare impulso al passaggio da economia lineare a economia circolare. E’ anche grazie alla rete e alla condivisione delle informazioni che si possono sviluppare nuove tecnologie.

Va da sé che tutto ciò si può sviluppare se, di pari passo, vengono a cadere quegli impedimenti legislativi che ad oggi non permettono di riutilizzare rifiuti o sottoprodotti in modo semplice e se si sviluppa una politica di incentivi.

La transizione verso un modello di economia circolare necessita di uno sforzo da parte dell’intera comunità – come si diceva in apertura – che veda coinvolti tutti gli attori in gioco (decisori, imprenditori, fruitori di beni e servizi, consumatori, ecc.) in un processo bidirezionale, sia bottom-up che top-down.

Sfide aperte

Nonostante i tanti studi pubblicati in questi ultimi anni che evidenziano un cammino virtuoso verso il modello, non siamo ancora riusciti ad avere in Italia un approccio sistemico sull’economia circolare. Le realtà osservate sono distribuite sul territorio a macchia di leopardo e in alcun modo dialogano tra loro. Siamo ancora lontani dal realizzare una piattaforma comune per industria e fra industrie in cui si scambino materie prime seconde.

Oggi l’economia circolare è una tendenza mondiale ed irreversibile. Ciononostante, molto deve essere ancora fatto per potenziarne l’azione sia a livello dell’UE che italiano per sfruttare il vantaggio competitivo che essa porterà alle imprese. L’interazione con i portatori di interesse ci suggerisce l’urgente necessità di agevolare le imprese nel cammino verso il modello circolare con norme e con contributi fiscali ad hoc. Proprio in questi giorni la Commissione europea ha incaricato gli organismi europei di normazione di elaborare criteri per la misurazione della durabilità, della riutilizzabilità, della riparabilità e della riciclabilità dei materiali. Ma molto occorre ancora fare.

Se non si recepiscono pienamente le politiche europee, anche in Italia, facendo tra l’altro partire i decreti che tecnicamente regolano il trattamento e la destinazione di quelli che finora sono considerati rifiuti e che invece possono diventare una risorsa per la manifattura italiana, rischiamo di perdere anche un’occasione di rilancio economico fondamentale per il nostro Paese.

Lo Sviluppo Sostenibile che porta a domani

Ho sempre avuto l’insana abitudine di leggere due libri in contemporanea, cercando di alternare generi e stili di scrittura.

Negli anni 90 fu il turno di “La fine del Lavoro” di Jeremy Rifkin e “La strada che porta a domani” di Bill Gates contravvenendo scientemente alla regola di alternare gli argomenti. Testi che ho trovato, de facto, perfettamente sovrapponibili sia nei contenuti che nello stile.

L’uno decreta la fine dei lavori tradizionali e del modello delle relazioni industriali conosciuto sin lì, l’altro conduce alla rappresentazione di nuove figure professionali in un contesto tecnologico di assoluta novità, in grado di modificare processi e sistemi, tempi e metodi, relazioni industriali e l’organizzazione del lavoro di ciascuno di noi. Si è visto. Si è realizzato quasi tutto. Questi due testi sono stati scritti da due americani, due outsider nei rispettivi campi.

L’abbinamento dei due testi fu una scelta illuminante perché da quel momento iniziai ad occuparmi di sviluppo in chiave sostenibile che ha cambiato in modo radicale la mia visione del mondo e della politica economica e industriale. All’epoca lavoravo negli Stati Uniti in un cantiere della Carolina del Sud, terra generosa e rigogliosa, dove si produceva PTA, plastiche e derivati. Proprio lì, per la prima volta, appresi della possibile combinazione tra industria e rispetto dell’ambiente, tra produzione, sviluppo, consumo e sostenibilità ambientale. Detta in breve, l’investitore americano ricevette dalle autorità locali la concessione a costruire solo a condizione di rispettare l’eco-sistema del territorio attraverso un ampio programma pluriennale di riforestazione ed una partnership con i centri di ricerca locali a tutela della protezione delle specie animali. Era il 1996.

Appena qualche anno prima, il prof. Giuseppe Catturi pubblicava: “Produrre e consumare, ma come? – verso l’ecologia aziendale” ove venivano tracciate le linee di ciò che l’Impresa oggi, a distanza di quasi 30 anni, persegue nell’interesse non solo dei tre assi di cui si compone la sostenibilità – profitto, ambiente, società – ma anche per la propria sopravvivenza e per rispondere alle esigenze dei consumatori, degli investitori, dei mercati, della finanza. Il testo era propedeutico all’esame di Economia aziendale, per l’epoca una rivoluzione del pensiero economico aziendale, tant’è che in prefazione l’autore non si esimeva dal denunciare come gli studiosi dell’epoca non ritenessero opportuno contribuire all’assunzione di posizioni culturali o di provvedimenti normativi da indicare ai decisori politici, poiché convinti che le indagini di tipo aziendale necessitassero di un quadro di riferimento definito, ortodosso, piuttosto che di ipotesi ancora all’epoca non concrete.

Mi valgano, queste brevi considerazioni di apertura, per affrontare un tema caro a molti di noi, non solo in veste di addetti ai lavori, ma in virtù di una visione organicistica delle singole realtà aziendali, riconoscendo loro la caratteristica strutturale in una comunità di individui che in modo coordinato e sistemico operano la soddisfazione dei bisogni sociali e ambientali, ove l’autorità pubblica possa svolgere un’azione armonizzatrice di tali dinamiche a garanzia del futuro.

Di recente arrivano segnali realmente incoraggianti. Cito un episodio che ha fatto scalpore negli USA in epoca trumpiana e che permette un facile collegamento con quanto scritto. La Business Roundtable, gruppo lobbista composto dagli amministratori delegati delle principali aziende americane ha annunciato di voler soddisfare le aspettative dei propri clienti, perfino superandole, con un approccio responsabile verso il sociale e l’ambiente. Hanno deciso di fare questo attraverso un piano di formazione senza precedenti sulla sostenibilità ai propri dipendenti in modo che possano sviluppare nuove competenze e trasferirle nel lavoro così come nell’intera filiera produttiva attraverso il rapporto con fornitori e prestatori di servizi rendendo il processo ad impatto esponenziale. Questa dichiarazione è stata letta da molti osservatori come un importante cambio di passo ed un ritorno a principi di buon senso anche da parte dei più scettici a detta di Judy Samuelson, direttore generale del programma Business and Society dell’Istituto Aspen o di Jamie Dimon, CEO di JPMorgan. E anche il mondo politico ora vuole intervenire, Elizabeth Warren, candidata alle presidenziali propone la firma dell’Accountable Capitalism Act da parte delle più grandi aziende americane di industria e finanza con l’impegno concreto ad occuparsi degli interessi di tutti i portatori di interesse.

Tutto ciò ci riporta indietro nel tempo quando il nostro professor Catturi invocava la regolamentazione dei comportamenti responsabili aziendali da parte del legislatore.

Un’ipotesi concreta è quella di normare l’obbligo di considerare l’ambiente non solo nelle determinazioni computistiche sui consumi quanto piuttosto come risultante della diffusione di una cultura che attribuisca un preciso valore all’impatto di ciascuna produzione, rendendo obbligatorio per ogni impresa l’accantonamento a bilancio di un fondo da utilizzare nella ricerca di soluzioni ai problemi di impatto ambientale che via via si presentano.

E’ questo il caso del gruppo LVMH che realizza questi accantonamenti già dal 2014, ma è un impegno ancora volontaristico e non obbligatorio.

In conclusione, per raggiungere finalmente l’obiettivo di pieno Sviluppo Sostenibile ad opera di un intero sistema Paese occorre un cambio di rotta da parte di tutti i soggetti, da parte delle aziende di ogni settore produttivo in ottica di economia circolare, sollecitati dai clienti in grado di indirizzare i consumi, con l’ausilio di uno Stato regolamentatore, e delle Associazioni industriali e sindacali in grado di monitorare e verificare l’applicazione del modello. Lo scenario economico-aziendale potrà raggiungere, pertanto, una dimensione sempre più vasta, consentendo la conferma dell’esistenza di ulteriori “fattori della produzione” da aggiungersi ai classici – terra, lavoro e capitale – e cioè le risorse del pianeta, il welfare e la capacità imprenditoriale di non prescindere da essi nell’organizzazione dei processi.

Riorganizzare le priorità civili, regolamentare la visione della Sostenibilità a lungo termine, dotarci di una governance che orienti le politiche allo sviluppo sostenibile, sistemizzare e non disperdere, non far cadere i segnali evidenti di transizione verso un modello economico rigenerativo, circolare, sostenibile, queste le probabili sfide del prossimo futuro.

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Progetto Centocè: l’esperienza ENEA nella valutazione dell’economia circolare di comunità.

Quanto e come possono incidere sull’ambiente tutte quelle buone pratiche di economia circolare che nascono e si sviluppano all’interno di una comunità di persone? Da questa domanda è nata un’attività che l’ENEA, in collaborazione con l’Università Luiss Guido Carli e il movimento Transition Italia, ha realizzato, tra il 2016 e il 2018, in un progetto sperimentale finanziato dal MISE denominato Centocè. Il progetto ha visto il coinvolgimento di cittadini del quartiere romano di Centocelle al fine di identificare modelli di economia circolare a scala urbana.

L’economia circolare (EC) si basa su pratiche che tendono a sfruttare al meglio le risorse e i mezzi di produzione di cui già si dispone attraverso il recupero o lo scambio. Le attività progettuali svolte sul territorio, hanno visto una prima fase divulgativa rivolta a cittadini e studenti. Per gli studenti di scuola superiore è stato studiato un progetto formativo ricco di info-grafiche, video-racconti e un gioco da tavolo per poter spiegar loro cos’è l’economia circolare.

Con i cittadini il lavoro è stato più complesso in quanto è stato organizzato un laboratorio per facilitatori di economia circolare che comprendeva una prima fase informativa sulle tematiche di EC, e una seconda fase in cui i cittadini hanno individuato esempi di buone pratiche di economia circolare urbana già esistenti nel quartiere. Il laboratorio ha permesso anche di progettare altre possibili attività che si sarebbero potute implementare sul territorio per valorizzare al meglio le risorse presenti.

Grazie alla partecipazione dei cittadini sono state individuate 14 pratiche di economia circolare già presenti nel quartiere di cui 7 di agricoltura civica (orti/giardini urbani), 2 coworking, 3 pratiche di ottimizzazione delle risorse (ristorante a km 0, gruppo di acquisti condivisi e casa dell’acqua), 2 pratiche di chiusura dei cicli (mercato dell’usato e raccolta di beni ingombranti).

Con il supporto dei ricercatori dell’Enea, si sono identificati una serie di vantaggi ambientali e sociali legati a queste iniziative. In particolare dallo studio è emerso che gli orti condivisi spesso nascono per iniziativa di cittadini che intendono riqualificare un’area verde e ne chiedono la gestione al Comune. Queste attività hanno lo scopo non solo di procurare cibo ma, soprattutto, hanno finalità sociali di tipo aggregativo e inclusivo e permettono la rigenerazione di aree urbane incolte o abbandonate.

Altre pratiche di economia circolare presenti nel quartiere di Centocelle sono i GAS e i ristoranti a km0, attività che tendono a valorizzare le produzioni di allevatori e agricoltori locali sostenendone l’economia. Per quanto riguarda l’aspetto ambientale, si deve considerare che mediamente ogni persona provoca emissioni di circa 1.780 Kg di CO2eq l’anno per soddisfare le proprie esigenze alimentari. Gli orti urbani e le altre attività denominate a “chilometro zero” (Gruppi di Acquisto Solidale, ristoranti a km0 e case dell’acqua), abbassano di molto questa soglia perché riducono o annullano le fasi di lavorazione, confezionamento, refrigerazione, trasporto e distribuzione del cibo. Fasi che incidono per l’80% sulle emissioni totali. Si stima che, oltre a garantire un risparmio medio del 30% nel prezzo di acquisto a parità di qualità, i prodotti a km zero hanno una vita media fino a una settimana in più rispetto a quelli acquistati attraverso i tradizionali canali di distribuzione. Consumando prodotti locali, una famiglia può arrivare ad evitare l’equivalente di circa 1.000 kg di CO2 l’anno.

Un’altra pratica emersa dal progetto Centocelle è quella dei coworking: un nuovo modo di concepire gli ambienti di lavoro che si sta diffondendo nelle città densamente popolate. Grazie alla condivisione di spazi, attrezzature (es. computer e stampanti) e servizi, si è stimato che un coworking permette di ottenere, per ogni utente, risparmi economici pari a circa 1.500 €/anno e vantaggi energetico-ambientali per mancate emissioni pari a 1.890 kg di CO2eq/anno, rispetto a soluzioni lavorative tradizionali.

Anche la casa dell’acqua è una buona pratica che permette di valorizzare le risorse locali. Consiste in una fontana a gettoni che fornisce acqua buona, economica e sicura 24 ore su 24 grazie ad una correzione organolettica e un sistema di disinfezione a raggi UV. La casa dell’acqua è un servizio a “chilometro zero” poiché l’acqua erogata è fornita direttamente dalla rete idrica locale. Un prelievo medio annuo di 300mila litri fa risparmiare 200mila bottiglie in PET da 1,5 litri, riduce di 1.380 kg l’emissione di CO2 per la produzione e di 7.800 kg per il trasporto.

Infine, tra le pratiche di economia circolare vi sono i mercati dell’usato, iniziative di riciclo e i centri del riuso. Queste strutture sono destinate al recupero e riutilizzo di beni in disuso per poi essere messi a disposizione di chi ne ha bisogno. Questa pratica, oltre ad avere finalità sociali, è anche un modo per allungare la vita utile dei beni e ridurre i volumi di rifiuti smaltiti in discarica o inceneriti.

Da un confronto degli impatti ambientali prodotti da tutte queste buone pratiche, è emerso che, nel quartiere di Centocelle, le pratiche esistenti di economia circolare su scala urbana, permettono di ridurre le emissioni di 160 tonnellate di CO2eq/anno.

Come detto, tutte queste attività hanno fini ambientali e sociali ma possono contribuire a far diventare un quartiere più smart e collaborativo. Questo tipo di buone pratiche possono infine contribuire anche al raggiungimento di alcuni dei 17 obiettivi (SDGs) previsti dall’Agenda Onu 2030: come l’obiettivo 12: “Garantire modelli di consumo e produzione sostenibili” che richiede il coinvolgimento dei cittadini affinché vengano adottati stili di vita sostenibili e l’obiettivo 11: “Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili”. Come risultato, si deduce che le buone pratiche di economia circolare studiate nel progetto, dai coworking agli orti condivisi, concorrono a rendere un territorio più resiliente ai cambiamenti climatici attraverso un altro fattore sfidante: lo sviluppo sostenibile del futuro che passa attraverso l’approccio inclusivo e collaborativo di tutto il comparto sociale di una collettività.

Autori: Grazia Barberio, Francesca Cappellaro, Laura Cutaia, Carolina Innella, Erika Mancuso, Paola Nobili, Rocco Pentassuglia, Vincenzo Porretto.

Enea – Dipartimento Sostenibilità dei Sistemi Produttivi e Territoriali.

Economia circolare: per non rimanere fuori dal cerchio

È ormai un dato di fatto: stiamo esaurendo le risorse a disposizione del nostro pianeta e non possiamo più permetterci di proseguire sul modello economico lineare basato sull’estrazione delle materie prime, il consumo e la produzione di rifiuti. Si tratta di intraprendere e consolidare un cambio radicale di approccio che, come definito dalla Ellen MacArthur Foundation, vuol dire definire un’economia che possa rigenerarsi da sola. Un sistema di economia circolare infatti si deve incentrare sull’auto-rigenerazione, dove i materiali di origine biologica sono reintegrati nella biosfera e gli altri materiali – e prodotti – devono essere progettati in una logica di riuso e riciclo, finalizzato alla rivalorizzazione e alla chiusura del cerchio, riducendo al minimo, anzi possibilmente a zero, la produzione di rifiuti.L’economia circolare è dunque la sfida del futuro e coinvolge molteplici aspetti a partire da quelli legislativi e di normazione tecnica, per passare a quelli produttivi, organizzativi e di consumo, con un impatto sostanziale anche sulla vita quotidiana di tutti noi cittadini e consumatori.Il dossier illustra varie esperienze condotte da diversi attori del mercato, evidenziando come l’economia circolare passi attraverso azioni concrete, iniziative di carattere legislativo, soluzioni promosse da NGOs, fino ad arrivare alle attività più innovative, quelle delle università e del mondo della ricerca e quelle di settori di nicchia fino alle attività di piccole start-up che rendono quanto mai concreto il concetto di “circolarità”. Si tratta di pochi esempi che forniscono uno spaccato delle infinite possibilità e opportunità legate a questo nuovo modello economico e sociale.Partendo da un inquadramento generale del contesto Europeo in cui si sottolinea anche il ruolo strategico della normazione tecnica, si passa alle iniziative della Piattaforma Italiana degli stakeholder per l’economia circolare (ICESP) e all’impegno della Associazione Italiana per lo Sviluppo dell’Economia Circolare (AISEC): un’associazione non-profit dedita esclusivamente alla promozione, diffusione e applicazione del concetto di economia circolare, sia a livello nazionale che internazionale. Ed è proprio a livello internazionale che si sta delineando un’attività di normazione tecnica, il Comitato tecnico ISO/TC 323, nato per trattare in modo trasversale la questione. A questa attività l’Italia parteciperà attraverso la nuova Commissione tecnica UNI “Economia Circolare”.Oggi servono lungimiranza, coraggio imprendito-riale, politiche illuminate e regole certe – gli standard appunto – che supportino concretamente questo nuovo modello economico. Servono indirizzi chia-ri per potenziare e migliorare acquisti sostenibili, sia per le pubbliche amministrazioni – e i Criteri Minimi Ambientali sono il riferimento più significa-tivo – che per le aziende private. Sfide e anche opportunità, perché l’economia circolare in Italia vale oggi 88 miliardi in termini di fatturato e occupa 575.000 lavoratrici e lavoratori. Gli esempi virtuosi proposti dalle testimonianze di alcuni consorzi che si occupano del recupero di diverse tipologie di rifiuti – CONAI per gli imballaggi, CONOE per gli oli e i grassi vegetali ed animali esausti, CIC per i ri-fiuti organici – mettono in evidenza le opportunità che un approccio circolare – orientato al riuso e riciclo di materiali e prodotti – può offrire, grazie anche al ricorso alla normazione tecnica che propone alle varie filiere soluzioni tecniche per supportare le attività e i servizi offerti, i metodi di prova, gli strumenti di gestione e misurazione. Opportunità perché l’economia circolare oggi non può non essere strettamente connessa alle evolu-zioni tecnologiche che riguardano la digitalizzazio-ne delle attività produttive, l’ottimizzazione dei processi e l’uso efficiente delle risorse promosso da Impresa 4.0. Il dossier si conclude con il contributo di una start-up che ha trasformato il tema dell’economia circolare in uno spettacolo teatrale Blue Revolution e in una app: un modo insolito di comunicare e promuovere i valori propri di questo modello economico, che si declina anche sul versante sociale, promuovendo consumi responsabili e sviluppo sostenibile, per chiudere il “cerchio”.

(Fonte: rivista tecnica di UNI “U&C – Unificazione & Certificazione” – estratto)

È possibile scaricare l’intero dossier dal seguente link: Dossier/Articolo estratto da U&C n. 5 – Maggio 2019

L’Impresa del Cambiamento: come passare dalla teoria alla pratica: 4 possibili ambiti

Si sono dette molte cose dell’Impresa in questi ultimi anni, attribuendole molto spesso ruoli che trascendono di molto la sua dimensione di luogo ove capitale, fattori di produzione – in primis – Lavoro e Materie Prime si incontrano intorno ad un’idea, una visione, un progetto ed insieme realizzano profitto, tale e tanto da rendere sostenibile la produzione e durare nel tempo, remunerando ciascun fattore, nel rispetto dell’ambiente e delle relazioni sociali. La mia definizione è semplificata e non tiene – volutamente – conto delle definizioni di Impresa ad essa attribuite nelle varie epoche a partire dalla prima rivoluzione industriale. In altre parole, se si vuole decifrare quell’immenso geroglifico che è l’attuale società industriale, occorre trovarne gli elementi di novità; quindi non rivolta morale contro il capitalismo ma sostegno a modelli economici che rilancino l’Impresa del Cambiamento.

Proviamo a mostrare quattro diversi ambiti ove il cambiamento può trovare terreno fertile: l’interazione dell’impresa con il mondo delle Start-up, la fertile collaborazione tra mondo del profit con quello del non-profit a beneficio delle comunità locali in ottica di Sostenibilità, la transizione verso il modello di Economia Circolare e l’uso di energia rinnovabile da filiera decentrata

Innovazione: partnership con Start-up

La Globalizzazione, la proliferazione di innovazioni tecnologiche e la concorrenza da parte delle agili Start-up stanno costringendo le grandi aziende a reinventarsi e a trovare idee innovative. Il motto è chiaro: “essere disruptive” –  altrimenti qualcun altro lo sarà! In questo contesto, assistiamo ad una fioritura di iniziative che legano l’Impresa alle start-up, per la creazione di prodotti ‘innovativi’, o talvolta alla trasformazione del proprio business dal prodotto al servizio.

Gli strumenti per innovare possono essere i più svariati. Alcuni esempi efficaci sono:

  • Il sourcing delle idee (concorrenza interna/esterna, “hackathons”, chiamate per i progetti, ecc).
  • Partenariati tra imprese e Università, centri di ricerca, ecc.
  • Corporate Venture Capital, divenuto un importante motore per l’innovazione.

Tuttavia, se i metodi sono noti, il successo della ricetta è il dosaggio degli ingredienti e soprattutto la capacità di condurre una dinamica di gruppo all’interno dell’azienda, la quale non sempre è pronta a ricevere il dinamismo di una start-up e ad abbattere il muro delle lungaggini decisionali e degli approcci conservativi al proprio interno.

Inoltre, sono ancora pochi i casi che mostrano con determinazione che le idee nate con tali strumenti abbiano davvero fatto la differenza. Al contrario, sono maggiori i casi di grandi e prestigiose aziende, alcune delle quali leader mondiali, che hanno interrotto tali processi in corso d’opera, a causa della mancanza di risultati. Già 25 anni fa, Geoffrey Moore, nel suo “Crossing the Chasm”, osservava che c’è sempre un divario tra la fase iniziale ricca di entusiasmo e di successi ed il tempo dell’implementazione che conduce all’inevitabile ridimensionamento. Prevalgono nelle imprese osservazioni del tipo: “il modello di business non è compatibile con i nostri KPIs”, “questo cannibalizzerà i nostri attuali mercati”, “è troppo complicato”, “è troppo costoso”, ecc.

Ma il trend sta, tuttavia, lentamente cambiando. Si potrebbero citare casi di eccellenza di incroci di business tra grande azienda e start-up, co-partecipazioni a gare internazionali, partnership su bandi europei in cui i finanziamenti vengono erogati per premiare l’Idea della start-up ma che ha dietro la volontà del grande gruppo ad investire sull’Idea. Il numero di questi casi cresce ogni anno. Secondo i dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano nel 2018 sono stati investiti 600 milioni di euro in startup italiane, rispetto al 2012 l’80% in più.

Innovazione: Partnership con ONG

Negli ultimi anni la spinta dell’Impresa alla creazione di valore condiviso ha reso ancora più evidente la necessità di efficaci forme di collaborazione tra soggetti diversi proprio con l’obiettivo di migliorare le condizioni economiche e sociali della comunità in cui l’Impresa implementa il proprio business.

Questo orientamento diventa ancora più necessario quando le imprese operano nei Paesi in Via di Sviluppo dove, perseguendo le loro finalità di apertura di nuovi mercati e di profitto, possono impattare positivamente sulla riduzione della povertà e sulla salvaguardia dell’Ambiente ed essere pertanto percepite dalle comunità e dalle istituzioni locali come agenti di sviluppo.

Lo sviluppo del settore privato basato sui principi della trasparenza, della libera concorrenza, del rispetto dei diritti umani, del lavoro dignitoso, della tutela dell’ambiente e dell’apertura internazionale, è un requisito essenziale per lo sviluppo sostenibile. L’High Level Forum sull’Efficacia dello Sviluppo (Busan 2011, Messico 2014) e l’Agenda for Change dell’Unione Europea (2011) hanno sancito il ruolo chiave del settore privato come propulsore dei processi di sviluppo sostenibile in partnership con il settore pubblico

A livello internazionale la nuova Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile definisce il settore privato come un attore centrale per il perseguimento dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs). L’High Level Political Forum on Sustainable Development (luglio 2016, New York), il principale foro globale per l’attuazione ed il monitoraggio dell’Agenda, ha posto grande enfasi sul più ampio coinvolgimento possibile, attraverso il modello delle partnership, della società civile e del settore privato.

In questo contesto lo sviluppo di progetti di cooperazione internazionale che prevedano la partnership tra imprese e organizzazioni non governative apre nuove e vantaggiose prospettive per tutti i soggetti interessati e conferisce all’Impresa il ruolo di “garante” economico, con la possibilità di entrare in nuovi mercati, di crescere nei Paesi in cui è già presente e di innovare la propria capacità di stare sul mercato.

Innovazione: soluzioni dal modello di economia circolare

In questo ambito le imprese devono essere incentivate a scambiarsi materie prime di fine ciclo produttivo, nella stessa industria o tra diverse attività produttive. Attualmente il business di materie prime seconde non ha impatti commerciali rilevanti e deve essere supportato da manovre fiscali che ne incoraggino lo sviluppo a scapito delle risorse in esaurimento.

In altre parole tassare le risorse come il carbone, il petrolio e altri minerali, promuovendo l’uso di pratiche di recupero e riciclo di quelle già estratte ed in circolo, potrebbe allontanare il mercato dal paradigma della crescita con uso intensivo delle risorse ed indirizzarlo verso tecnologie innovative nei settori delle energie rinnovabili, dell’acqua potabile, dei nuovi materiali e della gestione dei rifiuti.

Già nel 2009, l’economista Robert Shiller faceva notare nel suo libro “Animal Spirits”, come l’Impresa rappresenti un mezzo straordinario per il cambiamento ma è anche un veicolo privo di guida se non viene gestito in maniera adeguata. Per i governi ciò significa puntare su una trasformazione del sistema fiscale, che sposti con coraggio il carico della tassazione dai profitti all’uso delle risorse. E questo – lo ribadisco ogni volta che ne ho occasione – deve essere fatto con ottica sistemica di lungo periodo e ha poco a che fare con iniziative sporadiche talvolta filantropiche di qualche mente illuminata. Si devono invece coinvolgere le Imprese partendo dai processi industriali, dai piani strategici di investimento, dai piani commerciali, rendendo loro fattibile il cambio di passo verso il modello di economia circolare.

Nella nuova Legge di Bilancio, sebbene non ci sia ancora una pianificazione sistemica dell’implementazione del modello di economia circolare, sono presenti alcune norme che ci fanno ben sperare; al fine di incrementare il riciclaggio delle plastiche miste e degli scarti non pericolosi dei processi di produzione industriale e al fine di ridurre l’impatto ambientale degli imballaggi e il livello di rifiuti non riciclabili derivanti da materiali da imballaggio, viene accordato un credito d’imposta nella misura del 36% a tutte le imprese che acquistano prodotti in plastica realizzati con materiali provenienti dalla raccolta differenziata degli imballaggi in plastica ovvero che acquistano imballaggi biodegradabili e compostabili. Il credito è previsto per ciascuno degli anni 2019 e 2020 fino ad un importo massimo annuale di euro 20.000 per ciascun beneficiario.

Innovazione: il modello di incentivi all’abbattimento delle emissioni di CO2 attraverso energia rinnovabile da fonti non centralizzate

L’anno 2018 è stato ricco di dibattiti sul tema dell’innovazione industriale in materia di produzione di energia verde, La recente inchiesta pubblicata dalla “Breakthrough Energy Coalition”, fondazione composta dagli imprenditori più facoltosi della terra, Bill Gates incluso, è uno degli esempi più significativi di come siano maturi i tempi per abbandonare una visione colbertista/giacobina di capitalismo di stato che favorisce soluzioni centralizzate di produzione di energia per abbracciare forme di produzioni decentralizzate. Il santo graal per questa nuova politica energetica potrebbe essere la creazione di filiere industriali ed il sostegno alle tecnologie più innovative.

Oggi il limite più grande allo sviluppo di questa modalità di business non è determinato solo dalla mancanza di incentivi ma soprattutto dalla carenza di un vero sostegno alla sua commercializzazione. L’attuale modello di produzione energetica centralizzata rende necessari grandi investimenti per la costruzione e manutenzione delle reti di distribuzione e crea un forte potere di controllo da parte di pochi produttori sulla sicurezza e continuità di approvvigionamento energetico delle utenze mentre l’adozione di un modello di generazione distribuita realizzando su tutto il territorio piccoli impianti di produzione vicini ai consumatori, le cd smart grid, renderebbe sostenibile anche finanziariamente la produzione di energia verde.

Modelli innovativi, tesi a calmierare l’effetto serra, possono generare profitti considerevoli oltre che dare risposte immediate e durevoli alla lotta al cambiamento climatico.

In un rapporto uscito di recente, dedicato al mercato europeo delle emissioni, l’Ocse, ha specificatamente dichiarato come lo sviluppo di reti possa abbattere considerevolmente le emissioni di CO2.

Può essere utile ricordare che dal 2005, le aziende europee di qualche dimensione che operino nei settori dell’energia (come le centrali elettriche), dell’acciaio, del vetro, del cemento e della carta – attività in cui si produce molta anidride carbonica – non possono superare una determinata soglia nella quantità di Co2 che emettono i loro impianti. Se vanno al di sopra di certi valori di Co2 prodotta, devono acquistare (su un apposito mercato) analoga quantità di diritti quali forma di tassazione che spinge a ridurre le emissioni. E chi fornisce questi diritti? Le aziende degli stessi settori che riescono a restare sotto quella soglia e, per questo, acquisiscono un bonus che possono rivendere. E’ il più grande esperimento di controllo della Co2 esistente al mondo: coinvolge 14 mila impianti elettrici e fabbriche in 31 diversi paesi e abbraccia il 40 per cento delle emissioni totali della Ue.

Il modello rappresenta una buona pratica per il mondo intero ed è firmato UE. Per concludere, il grande tema rimasto in sospeso nel recente vertice Onu di Katowice è come riproporre a livello mondiale un mercato delle emissioni all’europea, forse la speranza più concreta di arrivare ad un taglio concreto e significativo della Co2, prima che sia troppo tardi.

Il dopo-Morandi in un’ottica di Sostenibilità – di Eleonora Rizzuto

Affinché la tragedia del ponte Morandi non sia vana dobbiamo poter riflettere sui seguenti punti senza demagogie, senza dietrologie, nel rispetto ed in memoria delle vittime innocenti:
1. Il ponte doveva essere oggetto di riparazioni da molto tempo e chi è responsabile di negligenza dovrà risponderne nelle sedi opportune.
2. L’incuria nella manutenzione continua e definitiva è frutto di una mentalità becera per cui si è convinti che i problemi un giorno si risolveranno da qualcun altro in un’ottica di scarica barile. Mentre, al contrario, un problema che non si affronta nella misura urgente in cui si palesa (ed a dirlo è il Politecnico di Milano, l’eccellenza italiana riconosciuta tale nel mondo), può generare danni ben maggiori sia di tipo economico ma soprattutto in termini di vite umane come abbiamo visto purtroppo.
3. Dal punto di vista meramente economico si è mostrata una cecità imperdonabile per non aver compreso come la solidità del ponte Morandi condizionasse la sopravvivenza dell’equilibrio economico di una città, di un distretto industriale, di un’intera Regione.
4. Ciò non ha nulla a che fare con l’austerità, né con l’Europa ma riguarda esclusivamente il cattivo uso del debito pubblico che avrebbe dovuto finanziare infrastrutture e manutenzione dell’esistente e non attività “maquillage” di cui nessuno si ricorderà dopo la visione del crollo del Morandi.
5. In altre parole, abbiamo la tendenza ad occuparci troppo spesso dei soli flussi che degli stocks, a ciò che consumiamo più che al patrimonio. I primi generano profitto, i secondi sono visti come spesa. E l’attuale configurazione del PIL conferma il limite di questa visione: la produzione di flussi aumenta il PIL anche se per far ciò si deteriorano le infrastrutture e il patrimonio.
6. Se accettiamo di valutare I Paesi europei anche in funzione di come si protegge il patrimonio nell’interesse delle generazioni future, si nota che l’Italia si classifica agli ultimi posti perché le sue infrastrutture lasciano molto a desiderare e non solo ponti e viadotti (fonte Positive Planet).
7. La gran parte dei Paesi europei, che non sono poi così messi meglio dell’Italia in tale classifica, sono minacciati in egual misura. Occuparsi delle proprie infrastrutture, consolidare e rinforzare il cd patrimonio materiale ed immateriale del futuro, consolidare il patrimonio costruito dai nostri padri, è, dunque, una priorità.
8. Più in generale ciascuno di noi dovrebbe comportarsi in modo positivo e propositivo, se da una parte avanza l’ipotesi di una nazionalizzazione del servizio al pari di Germania e UK (con indubbi pro e contro), dall’altra non dobbiamo temere di proporre soluzioni differenti come pretendere da Autostrade l’obbligo di investire gli utili in Sicurezza e in Manutenzione con il controllo (forte e continuo, questo sì) da parte delle autorità pubbliche competenti. Ciascuno di noi dovrebbe mettersi al servizio delle generazioni future e non solamente dei propri figli o, peggio, di se stessi, ma occuparsi dei problemi in chiave di sostenibilità con una visione di medio e lungo periodo. La forma societaria può essere quella della BCorporation o Società benefit.
9. Vedremmo finalmente che occuparsi della manutenzione anche ordinaria e non solo straordinaria rivoluzionerebbe completamente il nostro modo di pensare. Finalmente un pensiero globale, inclusivo, generativo, di ampio respiro, non del pianto ex post ma del sorriso ex ante.

L’Economia Circolare: nuova frontiera per la Responsabilità Sociale d’Impresa

di Eleonora Rizzuto

La responsabilità sociale di impresa (Corporate social responsibility – Csr) è quel comportamento responsabile che l’impresa mostra verso i suoi stakeholder, ovvero verso soggetti, individuali o collettivi, portatori di interessi verso l’impresa con i quali quest’ultima interagisce direttamente o indirettamente: lavoratori, fornitori, consumatori, istituzioni, pubblica amministrazione, sindacati, tutti attori del territorio e dell’ambiente di riferimento.

Secondo questo approccio, un’impresa è socialmente responsabile se e quando agisce in modo da coniugare i propri interessi e quelli di tutte le parti interessate o legate ad essa. Il comportamento socialmente responsabile di un’impresa, dunque, si riverbera in primis nel rispetto delle norme e regole relative alla dimensione del lavoro, all’ambiente e della sua sostenibilità, al rapporto clienti-fornitori, alle strategie di gestione d’impresa, al rapporto con i lavoratori e con i consumatori. Ma può andare anche oltre talvolta. Spesso la CSR può rappresentare una leva importante di rinnovamento e di innovazione anche tecnologica, quando essa coniuga processi e modalità che intaccano direttamente le produzioni.Ma in che modo si concretizza tutto questo?

La sfida per la costruzione di “un’altra economia” attribuisce alle imprese un ruolo di attore sociale inedito quanto fondamentale per poter creare nuovi valori accanto a quello economico.

La transizione verso un nuovo modello industriale è già partita e molto sta cambiando all’interno delle imprese: anche chi fino a qualche anno fa assisteva un po’ scettico al cambiamento, oggi non la pensa più così. I consumatori stessi chiedono prodotti ove sia chiara la tracciabilità e quindi vogliono conoscere se l’azienda che produce rispetti l’ambiente e non impieghi manodopera in nero.  Quando molti di noi più dieci anni fa hanno lasciato i rispettivi lavori investendo pioneristicamente nello sviluppo sostenibile, si aveva di fronte una strada solo in salita e molto ripida. Parafrasando il linguaggio calcistico, si aveva l’impressione di giocare sempre partite diverse, sempre fuori casa e senza arbitro. La sostenibilità sociale ed ambientale ha in sé elementi importanti che conducono a sedare i conflitti, a costipare la forza detonatrice degli interessi contrapposti, passando attraverso un nuovo modo di tessere le relazioni tra datore di lavoro e lavoratore, tra impresa produttrice e acquirente-cliente, tra impresa che consuma materie prime e le re-immette in circolo attraverso il riciclo e così via. Si torna a dialogare su piattaforme comuni, in grado di aggregare e non di dividere. In gioco c’è la stessa sopravvivenza dell’intero Eco-Sistema ambientale e sociale. Il profitto può essere re-investito in Sostenibilità e ciò, per la prima volta, a beneficio di tutti gli attori; al contrario, la compresenza di interessi contrapposti è fondamentale per garantire il pieno equilibrio dei tre ambiti in cui la Sostenibilità si sostanzia: la sostenibilità economica, sociale ed ambientale.

Se si vuole affrontare la transizione della CSR verso un modello concreto di sviluppo sostenibile, non si può non citare l’economia circolare anche come fattore di crescita della domanda di lavoro.

La definizione di “economia circolare” ha fatto la sua prima comparsa a metà degli anni ’70 all’interno di un rapporto presentato alla Commissione europea. Il concetto che sta alla base e che segna un distacco netto dalle dinamiche dell’economia tradizionale è la non linearità dei processi che assumono quindi una dimensione “rigenerativa”, in assoluta identità con i cicli di vita biologici presenti in natura in grado di recuperare materia viva anche a fine vita. Tale modello si è diffuso molto a livello mondiale entrando, di fatto, nelle politiche di sviluppo di molti Paesi, dando anche vita ad azioni preventive come la progettazione dei prodotti di consumo in modo da renderli più idonei al disassemblaggio e al recupero di materiale.

La crescente consapevolezza dei gravi danni causati dalle attività umane all’ecosistema del nostro pianeta e la presa di coscienza della necessità di assumere come fondativi elementi quali la difesa dell’ambiente naturale e della biodiversità e la tutela delle comunità, ha gradualmente portato all’elaborazione di nuove concezioni di sviluppo che superano i concetti alla base della cosiddetta economia lineare, nell’ottica di una piena sostenibilità economica, ambientale e sociale, nell’assunto che se solo una di queste componenti fallisce, decade l’intero sistema.

L’ Economia Circolare è, quindi, un modello economico che va al di là dei meri perimetri aziendali e che implica modifiche profonde di processo importanti non solo all’interno delle aziende che vogliano dotarsi di tale modello ma anche nelle relazioni tra gli attori citati.

Nel microcosmo aziendale, che è in grado di incidere anche su un piano macroeconomico, si rispettano tre assiomi: il primo incide profondamente nella produzione e implica talvolta grandi investimenti in ricerca e sviluppo nella determinazione di una versione del prodotto e del suo packaging in chiave di riutilizzo (l’eco-concezione del prodotto); il secondo aspetto risiede nel ricorso esclusivo ad energie rinnovabili; il terzo deve naturalmente riguardare la propensione a minimizzare gli scarti di produzione, con l’obiettivo dei rifiuti zero. Si comprende facilmente come questi tre obiettivi coinvolgano concretamente l’azienda, i lavoratori, i sindacati, i consumatori, le istituzioni e in grande misura le università ed i centri di ricerca per le necessarie soluzioni innovative di prodotto.

Nasce in Malesia il Jeffrey Sachs Centre, primo in Asia per lo sviluppo sostenibile

L’importante polo di ricerca alla Sunway University, nei dintorni di Kuala Lampur, ha avviato la propria attività grazie alla donazione di 10 milioni di dollari da parte della Fondazione Cheah Jeffrey.

Sotto la direzione dell’economista statunitense Jeffrey Sachs nasce in Malesia il Centro per lo Sviluppo sostenibile alla Sunway University: è il primo del suo genere in Asia.

L’istituzione del Jeffrey Sachs Centre presso l’Ateneo nei dintorni di Kuala Lampur sottolinea nuovamente l’attenzione e l’impegno del Paese asiatico alle tematiche di sviluppo sostenibile, così come ribadito dal primo ministro della Malesia, Najib Razak, per cui “Il Centro rafforza l’impegno del governo per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile e rappresenta un catalizzatore per mobilitare la collaborazione globale, in particolare tra le nazioni del Sudest asiatico, per il raggiungimento dei 17 SDGs dell’Onu”.

Tra le attività previste nel Centro, infatti, c’è lo sviluppo dei collegamenti con le principali università e think tank in Malesia e nel resto del mondo, la selezione dei migliori esperti, studiosi, docenti e progetti nel campo dello sviluppo sostenibile.

La creazione del Jeffrey Sachs Centre è stata possibile grazie alla donazione di 10 milioni di dollari da parte della Fondazione Cheah Jeffrey, struttura molto attiva nel campo dell’istruzione privata superiore in Malesia, pensata sul modello di alcune delle università più rinomate al mondo, come ad esempio quella di Harvard.

Finora questa donazione rappresenta il più consistente impegno finanziario sull’istruzione nell’ambito dell’adozione dei 17 gol delle Nazioni Unite.