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Economia circolare e occupazione – Tre scenari per l’Italia

Qu1_jobs20europe20cover20a4377px20wideasi un anno fa, in uno dei primi post di questo blog, abbiamo parlato di uno studio UK che indagava i possibili effetti sull’occupazione di politiche che favorissero modelli di produzione più circolari e abbiamo visto come le previsioni fossero molto interessanti. Riparazione e rimanifattura ad esempio, essendo operazioni ad alta intensità di lavoro, sembrano poter riassorbire parte della manodopera espulsa dai cicli produttivi del manifatturiero. Lo studio evidenziava una sorprendente concordanza tra competenze ad oggi inutilizzate causa deindustrializzazione e competenze richieste da questi nuovi settori.

Qualche giorno fa   Green Alliance  ha pubblicato un altro studio redatto secondo la stessa medodologia, e questa volta tra i casi studiati insieme a Polonia e Germania c’è anche l’Italia.

E’ un’occasione preziosa per capire un po’ meglio quali effetti potrebbero avere sull’occupazione politiche più o meno spinte sul tema dell’economia circolare da qui al 2030.

Il quadro che ne esce è piuttosto incoraggiante

Green alliance occupation Italy.JPGVengono analizzati tre scenari: il primo assume che non vengano prese ulteriori iniziative volte a favorire l’economia circolare oltre a quelle attuali. Il secondo immagina uno sviluppo in linea con il pacchetto europeo di proposte recentemente presentato (o meglio, la sua versione 2014), mentre il terzo immagina uno sviluppo molto più accentuato di tutti i settori legati alla circular economy.

Nello scenario peggiore, quello in cui di fatto si spegne l’interesse verso questi temi, la stima è di 35000 posti di lavoro creati da qui al 2030, di cui 18000 nuovi, cioè ruoli che non vanno a sostituire lavori esistenti. Nello scenario intermedio si arriva a 220.000 occupati di cui 89.000 nuovi. Lo scenario più ottimistico parla di 541.000 occupati nella circular economy in Italia al 2030, di cui 199.000 sarebbero nuovi occupati.

Ma non è tutto.

  • Il 92% di questi lavori sarebbero occupazioni destinate a durare anche nei prossimi decenni, contrastando quindi in parte la tendenza allo svuotamento della domanda di lavoro per le qualifiche intermedie prevista  un po’ unanimemente nei prossimi anni e in parte già in corso.
  • Due terzi di questi lavori si produrrebbero nelle regioni del sud e nelle isole, contribuendo a bilanciare un divario sempre più marcato

Queste previsioni fanno leva, nello scenario migliore, su un grande sviluppo della bioeconomia in Italia, settore nel quale l’Italia sembra avere ottime possibilità di crescita, che contribuirebbe a rivitalizzare il settore agricolo nel sud Italia contribuendo a ridurre il gap occupazionale con il nord industrializzato. Le occupazioni “circolari” intorno alla bioeconomia potrebbero largamente superare la stima già ottimistica del terzo scenario, che prevede un raddoppio di queste attività, anche grazie alla previsione di un ulteriore sviluppo del settore delle bioplastiche.

Lo studio dice anche un’altra cosa molto importante, e cioè che questi risultati non arriveranno da soli. Il terzo scenario porta a risultati fino a 15 volte migliori dello scenario in cui non vengono effettuati nuovi interventi. L’impegno strategico per lo sviluppo dell’economia circolare è cruciale perché questa forma di economia prenda piede.

Remanufacturing: l’economia circolare in azione

remanQuello che segue è un video che ogni consulente ambientale dovrebbe vedere.

Ma anche ogni imprenditore.

Ma anche ogni ambientalista.

Il video è tratto dal corso online dell’università di Delft sulla Circular Economy. A parlare è Nabil Nasr, del Rochester Institute of Technology (RIT), USA. Nasr è un esperto di remanufacturing, cioè di quel complesso di operazioni, che portano al completo disassemblaggio di un prodotto usato al fine di recuperarne i componenti riutilizzabili, ricondizionarli, e utilizzarli come nuovi in un nuovo prodotto. Si tratta di un processo ad alta intensità di lavoro, che viene solitamente utilizzato per prodotti complessi e di alto valore (Renault ne è un buon esempio).

In questa intervista Nasr racconta di quando con il suo istituto ha consegnato un premio per il remanufacturing al vicepresidente di una grossa azienda. Le motivazioni del premio erano legate ai risultati raggiunti dall’azienda in termini di riduzione dei rifiuti, di abbattimento delle emissioni, di efficienza nell’utilizzo delle risorse.

Il vicepresidente nel prendere la parola  esordisce così:

“Sono un po’ imbarazzato. È fantastico sapere che abbiamo fatto tutte queste cose meravigliose. Ma noi veramente l’abbiamo fatto per i soldi.”

Per saperne un po’ di più sul caso Renault, potete leggere questo approfondimento della Ellen MacArthur Foundation