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Amsterdam, la sharing city chiama Milano

Milano_Bike-Sharing-640x372Chiunque si occupi o si interessi degli sviluppi di nuovi modelli economici ha probabilmente una sua mecca privata, a seconda dell’aspetto di interesse. San Francisco, Londra o Tel Aviv come ecosistemi per le start up, Regno Unito o olanda per la circular economy, e cosi via.

Se il discorso cade sullo sviluppo di servizi collaborative, la cosiddetta sharing economy, facile che si finisca a parlare di Amsterdam.
Uno degli spunti piu interessanti del Disruptive Innovation Festival, in queste settimane, è stato proprio un documentario intitolato “Amsterdam, exploring the sharing city“, che racconta di diverse esperienze, alcune davvero pionieristiche, di esperienze  e servizi attivi in città.

Mi è molto piaciuto il racconto di uno dei primi servizi di car sharing di cui abbia avuto notizia, iniziato per passione e volontà di una singola persona più di venti anni fa, una persona che condivideva la sua macchina con qualche amico, per poi arrivare dopo dieci anni ad avere tre macchine e qualche amico in più e dopo venti anni una piccola società che ti permette di affittare la tua propria macchina ad altri utenti nei periodi in cui non la usi.

Un altro progetto che mi piace molto è Konnektid, una sorta di università del vicinato, in cui ognuno può proporsi per insegnare quello che sa far bene a chi ne ha bisogno. Una specie di riedizione delle vecchie banche del tempo insomma. Un po’ più in grande ma comunque a livello di quartiere o città.
Mi piace pensare che l’esigenza di servizi come questi sia stata sognata e immagina e sperimentata molti anni fa e che la tecnologia non l’abbia creata, ma solo resa possibile.
Amsterdam ha anche provato, una delle poche città al mondo, a darsi una regolamentazione per l’affitto breve di stanze private con servizi come AirBnB, con una formula molto semplificata per regolarizzare chi sfrutta questa opportunità per un totale inferiore alle 60 notti all’anno. Si tratta di un esperimento che hanno già dovuto modificare più di una volta in un anno e mezzo, e che al momento non sembra stia funzionando benissimo, ma è comunque un segnale di una città attenta ad accompagnare le evoluzioni della società.

Nel documentario si parla anche delle ragioni per cui ad Amsterdam e non altrove si è sviluppato un sistema molto favorevole a questo tipo di economia, e le risposte indicate sono le seguenti:

1) La città è geograficamente compatta e ben collegata.
2) C’è una significativa presenza di grandi corporation che spesso guidano la transizione verso nuovi modelli.
3) La città non si presta a ospitare molti parcheggi
4) La città è tradizionalmente aperta alle novità
5) Il governo della città supporta attivamente queste politiche.

Pensando a questo elenco, mi sono domandato quale di questi punti manchi a Milano, per poter essere un laboratorio di esperienze altrettanto avanzate. La risposta che mi sono dato è che forse solo sul fronte del governo cittadino il clima non sia mai stato particolarmente incoraggiante. Qualcosa però sta cambiando. Forse aiutata dalla preoccupazione per la massa di visitatori attesi per Expo, o aiutata da sollecitazioni puntuali, l’amministrazione comunale di Milano ha recentemente lanciato una consultazione pubblica sulla sharing economy, nella quale chiede a noi, i cittadini, cosa pensiamo di questi fenomeni e che tipo di azioni ci aspettiamo dall’Amministrazione stessa. Il tutto con l’obiettivo di dare un quadro di per la regolamentazione in città dei servizi condivisi (Uber compreso?)

Bello no?

Fine vita o fine uso? Le parole sono importanti

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=B_zNIAVOaQI] Questa settimana il Disruptive Innovation festival ha ospitato due pesi massimi: Jeremy RIfkin e William McDonough,
Tutti conoscono Jeremy Rifkin (ma ci torneremo) mentre forse vale la pena spendere due parole su McDonough. Architetto di formazione, ha raggiunto la notorietà mondiale nel 2002 come coautore del bestseller Dalla culla alla culla, una filosofia di produzione che ha molto in comune con le basi dell’economia circolare.
Uno degli spunti più interessanti che ha dato nella sua presentazione è lessicale, e ha a che fare con la sua definizione (un po’ macchinosa) di “Nutrienti tecnici” cioè tutti i materiali non naturali, che andrebbero trattati in modo da poter essere usati in continuazione. Usati, non consumati. ha detto cose come “Qualsiasi materiale non naturale non ha un fine vita perchè non è vivo. Ha un fine uso.” Per rafforzare il concetto ha portato questo esempio, che in effetti mi ha molto colpito: “il 75 % dell’alluminio messo sul mercato nel 1800 è ancora in circolazione. Ci chiamiamo consumatori ma la maggior parte delle cose non le consumiamo. consumiamo il dentifricio, ma non un computer, o un auto”

Un altro cardine del suo discorso è legato al pensiero di un sistema produttivo che non solo non generi impatti ma contribuisca a rimediare alle pesanti conseguenze che l’attività umana ha comportato dalla rivoluzione industriale in poi.
Il famigerato ciclo Prendi Produci Smaltisci che caratterizza l’economia lineare dovrebbe diventare nella sua visione un Riprendi (ciò che è stato scartato in passato, ad esempio recuperando i rifiuti dalle cosiddette “miniere urbane”) Recupera/Riutilizza e Ripristina. E farlo, se possibile, come una sfida di design, che prescinde dalle norme e dalle regole, perchè “le norme ambientali sono segnali di un fallimento nel design.”